L’occhio del Mossad nel cuore di Teheran, così le ombre di Israele guidano la tempesta
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre il cielo sopra l’Iran si illumina per le esplosioni dei raid congiunti tra Gerusalemme e Washington, c’è un luogo dove il rumore dei jet svanisce per lasciare spazio a un silenzio impenetrabile: il quartier generale del Mossad. Se i caccia della IAF (Israeli Air Force) sono il braccio armato che colpisce, gli uomini di David Barnea sono il sistema nervoso che permette al colpo di andare a segno. Eppure, in queste ore cruciali, l’agenzia clandestina più famosa del mondo ha scelto la strategia della “radio silence”.
Non è sempre stato così. Nel giugno del 2025, dopo l’operazione che portò all’eliminazione chirurgica di una dozzina di scienziati nucleari e dei vertici militari dei pasdaran, il Mossad non ebbe remore a mostrare i muscoli. Furono diffusi video, dettagli tecnici, quasi a voler umiliare il regime degli Ayatollah dimostrando quanto fosse profonda la penetrazione degli agenti israeliani nel tessuto sociale e militare di Teheran. Oggi, invece, il copione è diverso. C’è il buio.
Per capire cosa stia accadendo oggi “dietro le quinte”, bisogna leggere tra le righe delle recenti rivelazioni di Yossi Cohen. Nel suo ultimo libro, The Sword of Freedom, l’ex capo dell’Istituto ha smontato il mito della “pallottola d’argento”: l’intelligence non è mai un singolo colpo di fortuna, ma un puzzle monumentale. Cohen racconta di come, per il leggendario furto degli archivi nucleari del 2018, il Mossad dovette monitorare camion, intercettare comunicazioni satellitari e persino gestire i cani da guardia dei siti segreti.
Questa “metodologia del mosaico” è esattamente ciò che sta accadendo in queste ore. Mentre i missili colpiscono le difese aeree, sul terreno ci sono centinaia di agenti — non solo israeliani, ma anche infiltrati locali — che forniscono coordinate in tempo reale, sabotano i sistemi di comunicazione interna e alimentano il dissenso civile.
Il direttore attuale, David Barnea, è stato chiaro: «Noi saremo lì, come siamo sempre stati». Una promessa che suona come una condanna a morte per il regime iraniano. Se nel giugno 2025 il Mossad ha ammesso l’uso di droni telecomandati e armi a comando remoto installate su comuni autovetture tra le strade di Teheran, oggi la tecnologia potrebbe aver fatto un ulteriore salto nel futuro.
Ma c’è un altro fronte, meno esplosivo ma altrettanto letale: quello psicologico. Attraverso canali semi-ufficiali, l’intelligence israeliana sta chiamando a raccolta la popolazione iraniana, offrendo un supporto invisibile a chiunque voglia rovesciare il tavolo della teocrazia.
Nessuno sa con certezza dove si trovi il Mossad in questo momento. Ma una cosa è certa: mentre i piloti israeliani stringono la cloche dei loro F-35, c’è qualcuno a terra, nel cuore del territorio nemico, che sta accendendo la luce per loro. La guerra contro l’Iran non si vince solo con le bombe, ma con la capacità di essere ovunque senza essere visti. E in questo, gli agenti israeliani sono imbattibili.


