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L’Iran trema a Occidente, l’offensiva curda spacca il fronte di Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

Non è più solo una rivolta di piazza, né una guerriglia a bassa intensità confinata tra le vette impervie dei monti Zagros. Quella che è scattata nelle ultime ore lungo il confine tra Iraq e Iran è una vera e propria manovra a tenaglia che rischia di far implodere la tenuta territoriale della Repubblica Islamica dell’Iran. Migliaia di combattenti curdi, pesantemente armati e organizzati sotto un comando unificato, hanno varcato la frontiera, lanciando quella che il Jerusalem Post ha già definito come la più grande offensiva terrestre contro il regime degli ultimi decenni.

Il “momento della verità” per il Rojhelat

Per anni, i gruppi di opposizione curdi iraniani (PDKI, PAK e PJAK) sono stati la spina nel fianco dei Pasdaran, costretti a operare in esilio o in clandestinità. Ma oggi il vento è cambiato. Secondo fonti dell’intelligence regionale, l’attacco non è un’iniziativa isolata: è il frutto di un coordinamento chirurgico che ha approfittato del caos generato dalle operazioni “Roaring Lion” e “Epic Fury”.

Mentre i cieli sopra Teheran e Isfahan venivano solcati dai jet con la stella di David e dalle squadriglie americane, a terra i curdi hanno trovato la loro “finestra di opportunità”. Le postazioni della polizia di frontiera iraniana e i centri di comando del CGRI, già indeboliti dai raid aerei, sono crollati sotto l’urto dei battaglioni curdi. L’obiettivo è chiaro: liberare il Kurdistan iraniano (il Rojhelat) e creare una zona sicura che funga da testa di ponte per l’opposizione interna.

La strategia del caos controllato

Israele osserva con attenzione. Per Gerusalemme, l’apertura di un fronte terrestre a ovest è il colpo di grazia alla logistica iraniana. Se i curdi riuscissero a tenere le posizioni, Teheran sarebbe costretta a ritirare le sue truppe d’élite dai fronti esterni – Siria e Libano – per evitare di perdere il controllo delle proprie province occidentali.

“Il regime è davanti a un dilemma fatale,” commenta una fonte diplomatica israeliana. “O reprime il sangue nelle periferie, lasciando scoperto il cuore della capitale, o permette che si crei uno Stato nello Stato, segnando l’inizio della fine per l’unità nazionale sotto il velo degli ayatollah.”

Una scacchiera in fiamme

La coalizione curda, unitasi formalmente solo pochi giorni fa, sembra aver imparato dagli errori del passato. Non cercano solo la battaglia campale; cercano il consenso delle popolazioni locali che, stremate da anni di oppressione e dalla recente ondata di esecuzioni, accolgono i combattenti curdi come liberatori.

Ma la partita è rischiosa. Teheran ha già promesso una “risposta devastante” e il pericolo che il conflitto scivoli in una pulizia etnica nelle regioni calde è altissimo. Tuttavia, per ora, la realtà dei fatti dice una cosa sola: i confini della Repubblica Islamica, che si volevano inviolabili, non esistono più. Il leone curdo ruggisce, e questa volta lo fa dall’interno delle mura del nemico sorretto da Israele e Stati Uniti. 

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