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L’Iran sul filo del rasoio, Teheran celebra il 1979 tra missili e paura

Ariel Piccini Warschauer.

Il rituale si ripete, ma il sapore è diverso. Oggi, 11 febbraio 2026, l’Iran si è svegliato sotto il fragore dei canti rivoluzionari per celebrare il 47esimo anniversario della vittoria dell’Ayatollah Khomeini. Le piazze di Teheran, da Piazza Azadi fino ai grandi viali della capitale, si sono riempite di una folla che il regime esibisce come scudo umano contro le pressioni dell’Occidente e degli Stati Uniti. Ma dietro la coreografia di bandiere bruciate e slogan d’ordinanza, si percepisce il respiro affannoso di un regime che combatte per la propria sopravvivenza.

La parata della sfida

Come riportato dalle agenzie di stampa internazionali, la Repubblica Islamica ha scelto ancora una volta la via della militarizzazione visiva. Tra la folla non sfilano solo i fedelissimi dei Basij, le guardie armate della rivoluzione khomeinista, ma anche l’orgoglio tecnologico dei Pasdaran: i droni che hanno cambiato i connotati dei conflitti moderni e i missili balistici, puntati idealmente verso quegli “iper-nemici” – Stati Uniti e Israele – che il regime accusa di fomentare il dissenso interno.

“È una prova di forza che serve più al fronte interno che a quello esterno,” spiegano gli analisti. “In un momento di isolamento diplomatico quasi totale, il regime ha bisogno di dimostrare che il cordone ombelicale con la piazza non è stato reciso.

Una nazione spaccata

Tuttavia, il 2026 non è il 1979. Se nelle vie principali si celebra la caduta dello Scià, nei vicoli e nelle università il silenzio è carico di tensione. La crisi economica, morsa dalle sanzioni, e le cicatrici mai rimarginate delle proteste “Donna, Vita, Libertà” raccontano di un Paese a due velocità. Da una parte la vecchia guardia, che si stringe attorno all’immagine della Guida Suprema Ali Khamenei; dall’altra una generazione Z che guarda al passato monarchico o a un futuro democratico con occhi nuovi.

Il bivio di Teheran

Mentre i 7.700 giornalisti accreditati trasmettono le immagini di una Teheran in festa, la diplomazia internazionale resta alla finestra. Con i negoziati sul nucleare finiti in un vicolo cieco e il ruolo sempre più ambiguo dell’Iran nei quadranti di crisi globali, questo 47esimo anniversario segna forse il punto di non ritorno. La Rivoluzione è ancora viva, dicono i mullah. Ma è una rivoluzione che sembra aver sostituito la speranza con la resilienza militare.

Il regime resiste, ma il prezzo di questa resistenza è un isolamento che neppure le sfilate di Piazza Azadi riescono più a nascondere.

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Lando Conti, il video del ricordo alle

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