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L’Iran riapre i negoziati sul nucleare e i confini

L’Azzardo di Trump: Nucleare e Confini. Si riapre Rafah, l

Ariel Piccini Warschauer.

Il “New Deal” di Donald Trump per il Medio Oriente entra nella sua fase operativa, muovendosi sulla sottile linea rossa che separa la diplomazia d’assalto dalla minaccia bellica. In ventiquattro ore, lo scenario regionale è stato scosso da tre eventi speculari: l’ordine di Teheran di riaprire i negoziati sul nucleare, l’arrivo dell’emissario americano Steve Witkoff in Israele e la storica, seppur parziale, riapertura del valico di Rafah.

La svolta di Pezeshkian: trattare per sopravvivere

La notizia più clamorosa arriva dalle agenzie di stampa iraniane. Il Presidente Masoud Pezeshkian ha rotto gli indugi: l’Iran tornerà al tavolo con gli Stati Uniti per discutere del dossier nucleare. Non è una scelta di distensione, ma di necessità. Dopo la violenta repressione delle proteste anti-governative del mese scorso – che hanno lasciato sul campo decine di migliaia di vittime – e il posizionamento strategico di una portaerei americana a ridosso delle acque territoriali, il regime di Teheran ha capito che il tempo del muro contro muro è scaduto.

Trump, con la sua consueta tattica della “massima pressione”, ha alternato minacce di distruzione a aperture negoziali. Teheran ha risposto con la retorica della difesa a oltranza, ma l’ordine di Pezeshkian segna una vittoria politica per la Casa Bianca.

Missione Witkoff: coordinare l’alleato

Mentre l’Iran apre agli USA, gli Stati Uniti volano in Israele. Domani Steve Witkoff, l’uomo di fiducia di Trump per la regione, incontrerà il Premier Netanyahu e il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir. L’obiettivo è duplice: Assicurarsi che Israele sia pronto a ogni evenienza qualora i colloqui con l’Iran fallissero. Gestire il dopoguerra e definire i dettagli della transizione a Gaza.

Rafah: il primo giorno del “Dopo-Guerra”

Sul terreno, il simbolo del cambiamento è il valico di Rafah. Chiuso per quasi un anno, il cancello tra Gaza ed Egitto è tornato a scorrere per un passaggio pedonale limitato. È il primo grande test del piano di pace americano. La sorveglianza è totale: l’Unione Europea osserva, l’Egitto gestisce, ma sono gli algoritmi di riconoscimento facciale israeliani e i checkpoint biometrici dell’IDF (le Forze di Difesa Israeliane) a decidere chi passa e chi rimane a Gaza.

È una sovranità limitata e sorvegliata, necessaria per permettere l’ingresso del Comitato Tecnico (NCAG), l’organo che dovrà gestire la vita civile della Striscia, cercando di cancellare definitivamente l’ombra di Hamas dalla burocrazia quotidiana.

L’ombra della corruzione

A rovinare il quadro di una “pax americana” in costruzione, interviene la cronaca giudiziaria israeliana. Un sindaco del sud del Paese è finito in manette con l’accusa di aver sottratto milioni di euro dalle donazioni destinate ai sopravvissuti della guerra. Una macchia interna che ricorda quanto sia fragile la gestione dei fondi e della ricostruzione in un’area dove l’emergenza è diventata la norma quotidiana

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