L’Iran alza il tiro, colpita la base italiana a Erbil
Ariel Piccini Warschauer.
La terra trema a Erbil, e con essa l’intera architettura di sicurezza del contingente italiano in Iraq. Nella notte più lunga per il Medio Oriente, il conflitto che oppone il regime degli ayatollah allo Stato d’Israele ha rotto gli argini, investendo direttamente i nostri soldati. Un missile – la cui firma porta dritto alle milizie sciite teleguidate da Teheran – ha centrato la base italiana nel Kurdistan iracheno.
«Hanno attaccato la nostra base, ma i ragazzi stanno bene», ha comunicato con un filo di voce il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Un messaggio che sa di sollievo ma anche di estremo avvertimento. I nostri militari, addestrati alle emergenze più dure, si sono rifugiati nei bunker non appena le sirene hanno squarciato il buio di Erbil. Non ci sono vittime, per fortuna, ma il messaggio politico è chiaro: l’Italia, pilastro della missione “Prima Parthica”, è ora nel mirino della ritorsione iraniana.
Il mistero della Guida Suprema
Mentre il fumo si alzava dai detriti di Erbil, a Teheran regnava il caos. Secondo fonti d’intelligence, la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei – succeduto al padre Ali in un clima di sospetti e sangue – sarebbe stato trasferito d’urgenza in un «luogo sicuro», un bunker sotterraneo fortificato per sfuggire alla “mano lunga” del Mossad. Le voci di un suo ferimento a una gamba, avvenuto nei giorni scorsi, trovano conferme indirette nel silenzio assordante dei canali ufficiali del regime, impegnati a mostrare una forza che appare sempre più fragile sotto i colpi dei raid israeliani.
Beirut e Teheran sotto le bombe
La risposta di Gerusalemme non si è fatta attendere. Raid chirurgici hanno colpito il cuore di Beirut, devastando i centri di comando di Hezbollah, e hanno sfidato la difesa aerea di Teheran, colpendo obiettivi strategici, tra cui una banca legata ai finanziamenti dei Pasdaran. Israele non colpisce più solo i “proxy”, ma punta al cuore del sistema economico che tiene in piedi il regime.
L’Iran incendia il Golfo
Sentendosi braccato, il regime ha deciso di esportare il caos. Nelle ultime ore, ondate di missili balistici e droni sono stati lanciati verso i Paesi del Golfo. Arabia Saudita, Emirati e Bahrein hanno dovuto attivare le batterie Patriot per intercettare i vettori diretti verso le infrastrutture petrolifere e le basi americane. È il ricatto energetico degli ayatollah: se Teheran cade, deve cadere con lei l’intera economia mondiale.
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la ferma condanna dell’Italia: «Siamo al fianco dei nostri ragazzi. Non ci faremo intimidire». Ma la sensazione, tra i corridoi della politica e della difesa, è che la soglia del non ritorno sia stata superata. La guerra non è più “altrove”. È arrivata ormai alle porte delle nostre caserme.





