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“L’intervento chirurgico” e il bilancio reale che racconta una battaglia feroce a Caracas

di Ariel Piccini Warschauer.

L’epilogo dell’operazione «Absolute Resolve» lascia sul campo non solo il peso politico della cattura di Nicolas Maduro, ma anche un bilancio di sangue che scuote l’asse Washington-L’Avana. Mentre il Pentagono parla di un intervento «preciso e chirurgico», il bilancio reale racconta una battaglia feroce attorno al cuore del potere venezuelano. Dalle lamiere fumanti dei siti bombardati emerge un dato che Donald Trump (nella foto) ha sottolineato con la consueta spregiudicatezza a bordo dell’Air Force One: tra le macerie ci sono «numerosi cubani». Trentadue, per l’esattezza, secondo il comunicato ufficiale diramato nelle ultime ore dal governo di Cuba.

Lo scudo dell’Avana

Ma perché il Presidente venezuelano era circondato da guardie del corpo straniere al momento del suo arresto? La risposta risiede nel clima di sospetto paranoico che ha caratterizzato gli ultimi anni del chavismo. Maduro, secondo gli analisti, «si fidava dei cubani più che del suo stesso popolo» e, soprattutto, più dei suoi generali, uno dei quali pare si sia intascato una taglia da 50 milioni di dollari per aver tradito il leader maximo venezuelano fornendo alla Cia dettagli preziosi per la sua cattura. 

I 32 caduti cubani non erano semplici soldati, ma parte di quei pretoriani inviati dal presidente cubano Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez per garantire l’incolumità di un capo di Stato che temeva costantemente il tradimento interno. «Hanno compiuto degnamente il loro dovere, cadendo sotto i bombardamenti o in combattimento diretto. Sono morti dopo una ferrea resistenza e hanno saputo tenere alto con il loro eroico comportamento il sentimento solidale di milioni di compatrioti», scrive oggi L’Avana, definendo l’azione americana un «attacco criminale».

Il cinismo di Trump

«Cercavano di proteggerlo. Non è stata una buona idea», ha commentato Trump con un sarcasmo che ha gelato i canali diplomatici. Per la Casa Bianca, la presenza di truppe d’élite cubane sul suolo venezuelano era la prova definitiva dell’ingerenza straniera che giustificava l’intervento.

Per Maduro, invece, quegli uomini rappresentavano l’ultima linea di difesa: un cordone di sicurezza estremamente professionale, ideologicamente d’acciaio e impermeabile ai tentativi di corruzione o ai colpi di stato. Una scommessa sulla lealtà cubana che, però, nulla ha potuto contro la forza d’urto degli specialisti della Delta Force.

IL FOCUS: CHI SONO LE “AVISPAS NEGRAS”

I 32 pretoriani inviati da l’Avana e caduti sotto i colpi americani facevano tutti parte delle Avispas Negras (le Vespe Nere) le forze speciali delle FAR (le forze armate rivoluzionarie ndr) cubane. Rappresentano un’unità d’élite che fonde dottrina sovietica ed esperienza di guerriglia. Questi mercenari vengono formati nel centro di Pinar del Río, specializzandosi in sopravvivenza nella giungla, arti marziali e infiltrazione subacquea. Sono riconoscibili dal basco nero con l’emblema della vespa, e utilizzano come armamento gli AKM, armi da fuoco progettate per prestazioni superiori e utilizzate dai reparti speciali per l’ affidabilità in situazioni critiche.

Il motivo per cui Maduro ha scelto queste guardie del corpo sta innanzitutto nella loro assoluta fedeltà: Non avendo legami familiari in Venezuela, non subivano la pressione della crisi economica locale e fungevano da “occhi e orecchie” dell’Avana, sorvegliando i ministri e i generali venezuelani per prevenire possibili golpe.

Il fallimento tecnologico

Ma nonostante l’alto addestramento, le guardie del corpo cubane sono state travolte dalla superiorità tecnologica statunitense. Due i fattori chiave: Il primo la Guerra Elettronica. Gli USA hanno “oscurato” ogni comunicazione cubana prima dell’irruzione. Poi la Visione Notturna: Il raid, avvenuto nell’oscurità totale, ha visto i visori termici di quarta generazione della Delta Force annullare il vantaggio tattico dei difensori sul terreno

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