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L’inferno sotto Gaza, il coraggio di Ylena Tropanov tra macerie e propaganda

Ariel Piccini Warschauer.

“Dobbiamo imparare da loro come fanno propaganda, ma sapevo che non sarei mai stata abbandonata dallo Stato di Israele”. Esordisce così Ylena Tropanov, con la voce ferma di chi ha attraversato l’abisso e ne è uscita con una lucidità tagliente. Sopravvissuta al massacro del 7 ottobre e a 54 giorni di prigionia nelle viscere di Gaza, Ylena racconta oggi una storia che non è solo cronaca di guerra, ma un manifesto sulla resilienza umana e sulle distorsioni della comunicazione moderna.

L’alba del terrore a Nir Oz

Il racconto inizia nel Kibbutz Nir Oz, un luogo che in poche ore è passato da oasi di pace a scenario di un “pogrom” moderno. Ylena ricorda il rumore delle porte sventrate: dieci uomini armati nella casa del figlio Sasha, altri dieci in quella della madre settantaquattrenne.

In quel caos, il primo sacrificio: suo marito Vitali. “Lo hanno portato via per le chiavi dell’auto. L’ho visto uscire e non è più tornato”. Vitali verrà ritrovato il giorno dopo, giustiziato e legato. Aveva 50 anni. Per Ylena, invece, iniziava un viaggio verso l’ignoto, ammassata su un trattore tra fumo e spari, fino a varcare il confine di Gaza a piedi, tra ali di folla che festeggiavano il bottino razziato nelle case israeliane. 

La vita nel “Sottosuolo”

La prigionia di Ylena si è consumata nel buio dei tunnel, in condizioni che lei stessa paragona a quelle di un campo di concentramento. La fame come arma: “Un quarto di pita al mattino, un pugno di riso la sera nient’altro”. Ylena descrive l’immagine straziante di una bambina di cinque anni che piangeva ininterrottamente per la fame e la paura.

E la recita forzata: Il mondo intero ricorda il video di Ylena mentre attaccava il Primo Ministro Netanyahu. “Dovevo dire ciò che era scritto su quel foglio sotto la minaccia delle armi”, confessa oggi. Era un pezzo della macchina propagandistica di Hamas, studiata per colpire l’opinione pubblica interna e internazionale”.

D: Ylena, lei ha iniziato parlando di propaganda. Cosa intende esattamente?

R: Dobbiamo imparare da Hamas come affrontano le cose. Loro cercano di mostrare sempre vittime, e non è iniziato il 7 ottobre, la propaganda palestinese è così da sempre. Usano ogni immagine per manipolare la percezione esterna. Io stessa sono stata parte di quella macchina: il video in cui chiedevo conto a Netanyahu del 7 Ottobre e lo attaccavo era tutto scritto. Dovevo dire ciò che i miei carcerieri avevano preparato su un foglio e leggerlo sotto la minaccia dei terroristi di Hamas armati fino si denti.

D: Torniamo a quella mattina. Cosa ha visto a Nir Oz?

R: Un incubo. Quando è scattato l’allarme, la casa di mio figlio Sasha e quella di mia madre erano senza rifugio. Ho visto dieci terroristi sfondare la porta dell’ abitazione di mio figlio, che era proprio di fronte a me. Ho chiamato mia madre per dirle che stavano uccidendo Sasha, e lei mi ha risposto: “Stanno sfondando anche la mia porta. In quel momento mi sono sentita come morire, non riuscivo più a pensare a niente”. 

D: Cosa è successo a suo marito Vitali?

R: Sono entrati in cinque da noi. Hanno visto le chiavi dell’auto e hanno detto che la volevano. Vitali è stato afferrato ed è stato costretto a uscire con loro e da quel momento non l’ho più visto. Ci hanno separati lì. I militari l’hanno trovato il giorno dopo: lo avevano legato e ucciso sparandogli a bruciapelo dopo avergli rubato la macchina. Aveva 50 anni ed era una persona buona con tutti. 

D: Com’è stato il viaggio verso Gaza?

R: Ci hanno caricati su un trattore, io e altri ostaggi. Un aereo militare israeliano proprio in quel momento è passato sopra di noi e ha colpito il mezzo sparando alcune raffiche di mitragliatrice per colpire i terroristi; due persone sono rimaste ferite, una mia vicina pensavano fosse morta perché è caduta a terra perdendo molto sangue. Ha finto di essere morta e dopo circa tre ore, ha raggiunto ciò che rimaneva del kibbutz mettendosi in salvo. Poi mi hanno fatto camminare per due chilometri e mezzo. C’era un viavai continuo di moto e Toyota cariche di roba rubata dal nostro kibbutz: televisioni, telefoni, mobili, vestiti, tutto.

D: E poi cosa è successo?

R: Ci hanno fatto sfilare con i terroristi di Hamas che a stento ci proteggevano da una folla inferocita e allo stesso tempo ebbra di gioia nel vederci trattati come un trofeo di guerra. A un certo punto, è sbucata dal nulla un auto: il conducente è sceso e voleva farmi del male, ha cercato di assalirmi, picchiandomi. Uno di Hamas, un ragazzo giovane armato di kalashnikov mi ha protetto in qualche modo trascinandomi via. Siamo arrivati ad una casa con un giardino fiorito e un buco scavato nel muro che conduceva a un tunnel molto profondo.  

D: Com’era la vita sotto terra, nei tunnel?

R: Mancava l’aria, non si respirava e non si dormiva. Poi siamo stati trasferiti per alcuni giorni in una casa e rinchiusi sotto costante minaccia di fedayn armati. Eravamo in 15 in una stanza, compresi dei thailandesi che venivano usati in modo sprezzante dai palestinesi e utilizzati come manodopera per portarci l’acqua. Il cibo era quasi inesistente: un quarto di pitta al mattino e un pugno di riso la sera. Spesso il pomeriggio si dimenticavano di noi e ci lasciavano senza cibo per tutta la sera. Poi, quando sono iniziati i bombardamenti siamo stati di nuovo trasferiti nei tunnel.

D: C’è un’immagine di quel periodo che non dimenticherà mai?

R: Si, una bambina di cinque anni che piangeva per la fame. Un uomo anziano, vedendola così, le ha dato il suo cibo. Sembrava di essere tornati ai campi di concentramento, ci sentivamo come ai tempi della seconda guerra mondiale, come dei prigionieri di un lager. In quei momenti cercavo solo di distrarre la piccola per non farle pensare a dove fossimo e per non farla piangere di disperazione per la fame. La bimba non era del nostro kibbutz, era stata catturata con la madre a molti chilometri di distanza nella città di Yavne, nel distretto centrale di Israele. 

La liberazione di Ylena e di sua madre è arrivata grazie al passaporto russo. Un privilegio amaro che l’ha portata fuori dai tunnel prima del figlio Sasha e della sua fidanzata Sapir. La vicenda ha assunto contorni geopolitici quando, dopo la liberazione definitiva di Sasha nel febbraio 2025, la famiglia è stata ricevuta al Cremlino.

“Putin sapeva tutto di noi”, racconta Ylena, descrivendo un incontro mediato dalla comunità ebraica di Mosca che ha sancito la fine di un incubo durato oltre un anno per l’intero nucleo familiare.

D: Lei è stata rilasciata dopo 54 giorni.

R: Sono stata rilasciata insieme a mia madre perché cittadine russe. Sasha e la sua fidanzata Sapir sono rimasti dentro molto più a lungo. Ho saputo della morte di mio marito e della sorte di mio figlio solo una volta fuori, quando sono stata prelevata dalla Croce Rossa Internazionale e finalmente riportata al sicuro in Israele.

D: Come è avvenuta la liberazione definitiva della sua famiglia?

R: È stata lunga. Sapir è uscita a fine 2024, Sasha solo il 15 febbraio 2025. Siamo stati ricevuti da Putin a Mosca, su invito della comunità ebraica. Lui sapeva tutto di noi, dei dettagli del nostro rapimento e delle ferite di Sasha alla gamba.

D: Dopo un’esperienza del genere, cosa resta della fede?

R: Tutto. Ero una ebrea laica, oggi sono diventata una donna profondamente ispirata dalla fede in Dio. Ci hanno rubato la libertà e capovolto la vita. Hanno ucciso mio marito, ma la mia fede non è mai venuta meno. Mio figlio Sasha è vivo. Lui e Sapir ora sono negli Stati Uniti e si sposeranno presto. Questa è la nostra risposta a chi voleva distruggerci.

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