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Le borse crollano, Hormuz diventa un imbuto energetico, la guerra ha superato la dimensione regionale

“Le borse crollano, il Brent supera gli 80 dollari, Hormuz diventa un imbuto energetico, Merz vola a Washington in piena emergenza strategica. Non sono episodi isolati ma i segnali di una guerra che ha già superato la dimensione regionale ed è ormai sistemica”. Lo scrive Ettore Sequi su La Stampa sottolineando che “il punto di svolta è stata l’uccisione di Khamenei. Fino a quel momento l’operazione era una campagna di deterrenza militare. Da lì è diventato chiaro che l’obiettivo fosse la caduta del regime. Da quel momento per Teheran la lotta diventa esistenziale e coincide con la sopravvivenza del sistema e con l’allargamento deliberato del conflitto al Golfo per colpire energia, rotte marittime, hub finanziari e logistici. Nel Golfo si concentrano le basi americane, passa un quinto del petrolio mondiale e si regge l’architettura della stabilità regionale. Se il Golfo diventa instabile la crisi diviene sistemica ed è esattamente ciò che Teheran cerca: trasformare i paesi dell’area in mediatori coatti. Se la loro sicurezza vacilla, la pressione per fermare la guerra cresce. Teheran – spiega l’editorialista – sa inoltre che la vera vulnerabilità americana non è militare ma politica: consenso fragile, elezioni vicine e base divisa. In una guerra di logoramento il tempo diventa un’arma. Dall’altra parte non esiste una strategia unica. Stati Uniti e Israele condividono un obiettivo tattico — colpire rapidamente l’Iran — ma divergono sul fine ultimo. Per Israele la questione è esistenziale: il regime resta una minaccia e occorre quindi neutralizzarlo definitivamente. E consolidare una supremazia regionale. Per Washington la logica è diversa: operazione breve, senza occupazione, senza il rischio di impantanarsi. La guerra contro l’Iran non è solo mediorientale: è un capitolo della competizione USA-Cina. Pechino protesta ma incassa. Non può proteggere militarmente Teheran e non romperà con Washington per l’Iran. Per Xi il dossier decisivo resta Taiwan e la stabilità del rapporto economico con gli Stati Uniti. La Russia non interviene ma beneficia. Prezzi più alti di gas e petrolio finanziano l’economia di guerra. L’Ucraina scivola in secondo piano. L’Europa è l’attore vulnerabile. Esposta al Golfo per le sue importazioni energetiche, teme soprattutto uno shock sistemico sulle rotte commerciali. Resta il punto più delicato. Un Iran frammentato sarebbe una fonte permanente di instabilità”.

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