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L’azzardo di Trump nel labirinto persiano, ora a Washington va in scena la resa dei conti

Ariel Piccini Warschauer.

Non è bastato il sibilo dei B-2 stealth sopra i cieli di Teheran, né il vanto di aver colpito «oltre il previsto». Nella Casa Bianca del Trump-bis, la guerra contro l’Iran si è trasformata in un caotico corpo a corpo burocratico tra le fazioni di uno staff spaccato. Mentre il Pentagono aggiorna il conteggio dei danni e il mondo osserva col fiato sospeso, a Washington è la politica interna a dettare il ritmo — spesso dissonante — di un’offensiva che rischia di impantanarsi nei suoi stessi proclami.

Segnali di fumo e messaggi incrociati

La giornata di ieri descrive una presidenza sospesa tra il trionfalismo e l’incertezza. Da un lato, Donald Trump ha dichiarato nell’intervista ad Axios che «non sono rimasti obiettivi da colpire» e che la guerra finirà «presto». Dall’altro, la sua stessa portavoce, Karoline Leavitt, corregge il tiro: sarà il Presidente a determinare quando l’Iran si troverà in una condizione di «resa incondizionata». Una discrepanza che non è solo semantica, ma rivela la lotta di potere sotterranea tra i “falchi” del regime-change e i “pragmatici” dell’America First.

Il fronte interno: petrolio e sondaggi

A spingere per una chiusura rapida del conflitto non sono le preoccupazioni umanitarie per la popolazione iraniana, già provata da anni di sanzioni, ma i «flashing red lights» sui cruscotti finanziari. I consiglieri economici hanno avvertito il Commander-in-Chief: lo shock petrolifero e l’impennata dei prezzi della benzina stanno già erodendo quel consenso che la base elettorale aveva inizialmente concesso per l’operazione «Epic Fury».

Se l’offensiva doveva essere un «chirurgico» colpo alle infrastrutture nucleari e missilistiche, la realtà del terreno racconta una storia diversa: Secondo le stime del NYT, la prima settimana di guerra è costata agli USA oltre 11 miliardi di dollari. Mentre Trump sostiene di aver «annientato» le capacità offensive di Teheran, i missili caduti su Erbil suggeriscono che la resistenza armata dei pasdaran sia ben lontana dall’esaurimento. I colloqui indiretti in Oman, mediati da Muscat, sembrano essere finiti in un vicolo cieco, ostacolati dall’ala dura guidata da Marco Rubio e JD Vance, scettici sulla possibilità di un accordo con la leadership iraniana superstite.

L’ombra del «Mission Accomplished»

La retorica di Trump — che definisce il successo dell’operazione «un 15 su una scala da 1 a 10» — ricorda sinistramente i precedenti storici di guerre dichiarate vinte troppo presto. La Casa Bianca smentisce ogni frattura, liquidando le voci di divisioni interne come «pettegolezzi di fonti anonime». Eppure, la nebbia della guerra non avvolge solo le montagne di Isfahan, ma anche lo Studio Ovale.

Il rischio è quello di una guerra senza fine per un’amministrazione che ha costruito la sua fortuna politica promettendo di chiuderle, le guerre. Ma in questo marzo 2026, tra la propaganda di una «resa imminente» e la realtà di un conflitto che gonfia i prezzi e minaccia lo stretto di Hormuz, Trump sembra aver scoperto che distruggere un regime è molto più facile che decidere come — e quando — smettere di farlo.

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