#ESTERI #ULTIME NOTIZIE

L’azzardo di Trump che ora vuole conquistare Cuba e farci quello che desidera

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre il Medio Oriente brucia sotto i colpi di un’offensiva in Iran che non accenna a placarsi, Donald Trump ha deciso di aprire un secondo fronte, questa volta a poche miglia dalle coste della Florida. La dichiarazione rilasciata ieri — «Avrò l’onore di conquistare Cuba e farci quello che voglio» — non è solo il consueto esercizio di iperbole retorica a cui il 47° Presidente ci ha abituati. È un segnale geopolitico che rischia di destabilizzare un equilibrio già precario.

La dottrina del “Real Estate” Geopolitico

Per Trump, Cuba non è mai stata una questione di diritti umani o di esportazione della democrazia, ma un asset territoriale sottovalutato. L’idea di una «conquista» — termine che evoca i fantasmi del 1898 e l’emendamento Platt — si inserisce in una strategia di diversione tattica. Con l’opinione pubblica americana stanca del pantano iraniano, il Presidente punta sull’effetto “giardino di casa”.

L’Avana è in ginocchio: una crisi energetica senza precedenti ha spento l’isola, lasciando la popolazione al buio e l’economia in apnea. In questo vuoto di potere, Washington vede una finestra di opportunità per un’acquisizione, più che per una liberazione.

Il fattore «Cubastrojka» e l’ostacolo Mosca

Nelle cancellerie europee circola con insistenza il neologismo Cubastrojka. L’ipotesi è quella di una transizione guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio, volta a smantellare i rimasugli del castrismo in favore di un’apertura forzata ai capitali americani.

Tuttavia, il calcolo di Trump ignora la variabile russa. Mosca, pur impegnata su altri fronti, non sembra disposta a cedere senza condizioni l’ultimo avamposto strategico nell’emisfero occidentale. Il Cremlino ha già fatto sapere che qualunque «movimento unilaterale» su Cuba verrebbe considerato una violazione delle linee rosse internazionali.

Un equilibrio sul filo del rasoio

La scommessa di Trump è alta. Trasformare Cuba in un protettorato o in una “colonia economica” servirebbe a rinvigorire la sua base elettorale e a chiudere definitivamente la pratica della Guerra Fredda. Ma il rischio è quello di innescare una reazione a catena che, dalla crisi energetica cubana, porti a un nuovo scontro diretto tra superpotenze.

Il mondo osserva con apprensione: se l’Iran è il fronte della guerra calda, Cuba sta diventando il laboratorio di una nuova, imprevedibile, forma di annessione del XXI secolo.

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti