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L’azzardo di Donald, piano segreto per la pace

Ariel Piccini Warschauer.

Tre settimane di fuoco, missili e polvere non sono bastate a piegare il regime degli ayatollah, ma sono state sufficienti a far muovere i convogli della diplomazia. Mentre i caccia con le insegne americane e israeliane, continuano a martellare gli obiettivi sensibili dei Pasdaran, dietro le quinte della Casa Bianca si è già iniziato a scrivere il “capitolo due”. Donald Trump, fedele al suo dogma del deal a ogni costo, ha dato l’ordine ai suoi fedelissimi: preparare il tavolo per la resa di Teheran.

Secondo fonti qualificate a Washington, il team della sicurezza nazionale – con la regia di Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff – starebbe già delineando la road map per un cessate il fuoco che somiglia molto a una capitolazione controllata. La strategia è chiara: colpire duro sul campo per costringere gli ayatollah a firmare un accordo che l’amministrazione Obama, con il suo “debole” JCPOA, non si era nemmeno sognata.

I punti fermi di Trump sono macigni sul tavolo delle trattative: riapertura immediata e garantita sotto scorta internazionale dello Stretto di Hormuz. Smantellamento delle centrifughe e consegna delle scorte di uranio arricchito. Niente più zone d’ombra. Teheran deve tagliare i viveri (e le armi) a ciò che resta delle milizie in Iraq, Siria e Yemen e dare un chiaro segnale di stop ai suoi alleati sciiti.

Teheran, col fiato corto e l’economia in frantumi sotto il peso delle bombe, prova a giocare la carta della dignità: chiede “riparazioni” per i danni di guerra. La risposta del tycoon è stata un “no” tonante, di quelli che non ammettono repliche. Ma nei corridoi del Dipartimento di Stato si sussurra che il compromesso passerà per lo sblocco dei miliardi di asset iraniani congelati nelle banche internazionali. Non “danni di guerra”, dunque, ma la restituzione di denaro già loro, in cambio di una sottomissione geopolitica totale.

I messaggi viaggiano sottotraccia attraverso i canali soliti: Doha, Il Cairo e la diplomazia britannica. Non c’è ancora una “linea rossa” diretta tra Trump e Khamenei, ma i segnali sono inequivocabili. Trump vuole chiudere la partita entro le prossime due o tre settimane. Vuole dimostrare al mondo che lui le guerre le finisce, anche se per farlo deve prima raderne al suolo le fondamenta.

Il rischio? È l’azzardo di chi conosce solo la forza. Se Teheran dovesse percepire la ricerca della pace come una debolezza, la guerra potrebbe infiammarsi ancora di più. Ma con le portaerei che controllano il Golfo e le infrastrutture petrolifere iraniane nel mirino, agli ayatollah resta poco spazio per il bluff. La pace di Trump è pronta: prendere o lasciare. E “lasciare”, stavolta, potrebbe significare la fine del regime.

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