L’America vuol tornare a fare l’America dice il Segretario di Stato
Ariel Piccini Warschauer.
L’ordine è chiaro: tornare a farsi rispettare. Il nuovo Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha rotto gli indugi durante l’ultimo vertice di governo, mettendo nero su bianco quella che per molti è una verità inconfutabile, ma che per le forze politiche liberal suona come una provocazione: con Donald Trump alla Casa Bianca, il mondo non sarebbe andato a fuoco.
“Basta debolezze: ricostruiamo il timore”
“Quello che è successo in Afghanistan, la guerra in Ucraina e l’orrore del 7 ottobre in Israele: nulla di tutto questo sarebbe accaduto sotto il Presidente Trump”. Hegseth non usa giri di parole e punta il dito contro il vuoto di potere lasciato dagli anni di Biden. La ricetta del nuovo Pentagono è il ritorno alla deterrenza reale: “Dobbiamo ricostruire il modo in cui i nostri nemici ci percepiscono”, ha incalzato il Segretario. Tradotto: l’America deve tornare a far paura a chi vuole distruggere l’Occidente e i valori democratici.
Il pugno di ferro sull’atomica iraniana
Il messaggio più duro è però rivolto ai mullah di Teheran. Hegseth ha ribadito la linea rossa tracciata dal Commander in Chief: l’Iran non avrà mai la bomba atomica. “Quando il Presidente lo dice, fa sul serio”, ha avvertito. Sebbene rimanga uno spiraglio per un accordo, il Segretario alla Difesa ha usato un linguaggio che non ammette repliche, riferendosi al Pentagono con l’evocativo nome di “Dipartimento della Guerra”: i militari sono pronti a servire ogni aspettativa della presidenza per neutralizzare la minaccia nucleare.
La sfida dei mullah: droni e minacce
Mentre gli Stati Uniti schierano un nuovo cacciatorpediniere golfo Persico a supporto delle squadre navali già in zona, l’Iran risponde con la solita retorica bellicista. L’agenzia Tasnim ha annunciato con enfasi la consegna di 1.000 droni alle proprie forze armate. Fonti vicine al regime hanno fatto sapere che Teheran considera un eventuale accordo alle condizioni di Trump “più costoso della guerra stessa”.
La sfida è lanciata, ma a Washington il clima è cambiato: la stagione delle concessioni e delle esitazioni sembra ufficialmente finita. L’America di Trump è tornata a presidiare lo scacchiere globale con la forza che le compete.





