L’agenzia federale Usa apre un’inchiesta su un colosso dello sport
Ariel Piccini Warschauer.
Il castello di carte dell’ideologia “woke” continua a perdere pezzi, e questa volta a tremare è il colosso mondiale dell’abbigliamento sportivo: la Nike. L’azienda che per anni ha fatto della giustizia sociale e delle battaglie progressiste il proprio vessillo pubblicitario è ora finita sotto la lente d’ingrandimento della EEOC (Equal Employment Opportunity Commission), l’agenzia federale americana che vigila sull’equità nel mondo del lavoro.
L’accusa è di quelle che pesano come un macigno: aver discriminato i propri dipendenti sulla base della razza. Ma con un ribaltamento di fronte che manda in corto circuito i professionisti del politicamente corretto: a essere penalizzati sarebbero stati i lavoratori bianchi.
Il dogma della diversità diventa esclusione
Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, l’agenzia federale sta indagando sul sospetto che gli obiettivi di DEI (Diversity, Equity and Inclusion) della Nike abbiano dato vita a una “pratica sistematica di disparità di trattamento”. In parole povere: nel tentativo ossessivo di raggiungere quote etniche e di apparire ideologicamente allineata, l’azienda avrebbe messo all’angolo i dipendenti bianchi.
Non si parla più di merito, ma di pigmentazione. Il talento passa in secondo piano rispetto alla necessità di far quadrare i grafici della diversità interna, trasformando gli uffici di Beaverton in un laboratorio sociale dove l’uguaglianza è diventata una scusa per nuove forme di esclusione.
Licenziamenti e carriere “selettive”
L’inchiesta non si limita alle suggestioni. L’EEOC ha chiesto formalmente un mandato di comparizione per obbligare Nike a consegnare dati sensibili. Due sono i fronti caldi che potrebbero inchiodare il brand dello “Swoosh”: L’autorità vuole capire con quali criteri Nike abbia selezionato i dipendenti da licenziare durante le recenti ristrutturazioni. Il sospetto è che l’etnia sia stata usata come scriminante per decidere chi mandare a casa, preservando le “quote” a discapito della professionalità. Sono ben 16 i programmi di mentoring e sviluppo professionale finiti sotto inchiesta. Percorsi di carriera che, secondo l’accusa, sarebbero stati preclusi ad alcuni lavoratori solo perché non appartenenti a determinate minoranze. Un vero e proprio “cartello” della promozione basato sul colore della pelle.
Il tramonto dell’era “Woke”?
La vicenda Nike è solo l’ultima crepa in un sistema che sta implodendo sotto il peso delle proprie contraddizioni. Da quando il vento politico e culturale negli Stati Uniti ha iniziato a cambiare rotta, molte corporation stanno silenziosamente facendo marcia indietro su programmi che, nati con l’intento dichiarato di includere, hanno finito per generare un razzismo al contrario.
Per un’azienda che ha costruito campagne globali sul concetto di “Equality”, trovarsi davanti a un giudice federale con l’accusa di discriminazione razziale rappresenta un disastro d’immagine senza precedenti. La difesa di Nike è attesa al varco, ma il messaggio che arriva da Washington è inequivocabile: il tempo dei privilegi concessi (o negati) in base all’etnia è finito. La giustizia non guarda al colore della pelle, nemmeno quando a chiederlo è il marketing del progresso


