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L’agente Epstein, il mistero del passaporto austriaco e l’asse segreto con Riad

Ariel Piccini Warschauer.

Non era solo un predatore seriale o un finanziere dai contatti eccellenti. Jeffrey Epstein era, forse, qualcosa di molto più complesso e inquietante: un uomo con una “seconda vita”, protetta da un’ombra geopolitica che arriva fino in Medio Oriente. Mentre i parlamentari democratici a Capitol Hill ingaggiano una battaglia senza quartiere contro il Dipartimento di Giustizia (DOJ) per ottenere la pubblicazione integrale degli “Epstein Files”, emerge un dettaglio che trasforma lo scandalo sessuale in una questione di sicurezza nazionale e cioè il mistero del passaporto austriaco.

Tutto comincia nella lussuosa residenza di Manhattan dove, nel 2019, gli agenti dell’FBI aprirono una cassaforte blindata. Accanto al regolare passaporto statunitense, trovarono un documento che non avrebbe dovuto esistere. Un passaporto austriaco, emesso negli anni ’80, con la foto di Epstein ma intestato a un alias europeo mai svelato integralmente.

Le anomalie, tuttavia, non si esauriscono col nome. Nonostante la cittadinanza austriaca, il documento indicava come residenza ufficiale un indirizzo in Arabia Saudita. Un dettaglio che i giudici definiscono “impossibile” da ottenere senza una sponsorizzazione di alto livello o l’intervento di un servizio segreto straniero.

I timbri della discordia

I timbri presenti su quel documento raccontano un decennio di spostamenti in aree sensibili. Francia, Spagna, ma soprattutto Pakistan e Arabia Saudita. La difesa di Epstein liquidò il reperto come una “misura di protezione” contro eventuali dirottamenti aerei in quanto ebreo americano, ma gli inquirenti leggono una storia diversa.

Quel passaporto è la “pistola fumante” di una rete di fuga e, forse, di una copertura d’intelligence. Negli anni ’80, Epstein gravitava nell’orbita di figure come Adnan Khashoggi, il leggendario trafficante d’armi saudita. Fu Khashoggi a introdurre il giovane Jeffrey nei salotti dove il sesso e il potere diventavano moneta di scambio per accordi commerciali e segreti di Stato.

L’ombra di MBS e la “Cittadinanza Ombra”

I file oggi al centro dello scontro politico rivelano che i legami con Riad non si sono mai interrotti. Nelle agende di Epstein compaiono contatti frequenti con l’entourage del Principe Ereditario Mohammed bin Salman (MBS). Epstein cercava di proporsi come l’uomo di collegamento per il fondo sovrano saudita, usando la promessa di capitali mediorientali per attirare nella sua orbita scienziati e accademici di fama mondiale.

Il sospetto dei parlamentari, guidati da Chuck Schumer e Ro Khanna, è che il DOJ stia deliberatamente oscurando le sezioni dei file relative a questi legami esteri. Perché un privato cittadino possedeva documenti d’identità stranieri così sofisticati? Chi, a Vienna o a Riad, firmò le autorizzazioni per garantirgli quella “seconda identità”?

La battaglia per la verità

Ad oggi, circa il 50% dei documenti resta sotto chiave o pesantemente censurato. I Democratici denunciano la scomparsa di file digitali — tra cui foto che ritraggono Epstein con leader mondiali — e l’omissione di testimonianze dell’FBI che collegherebbero il finanziere a reti di ricatto internazionale.

Se venisse provato che Epstein operava come un “agente d’influenza” protetto da governi stranieri, il racconto del “finanziere depravato” lascerebbe il posto a quello di un uomo che ha usato il ricatto per scardinare la sicurezza delle democrazie occidentali. La verità è chiusa in una “Reading Room” blindata del Congresso; ora resta da vedere se qualcuno avrà il coraggio di renderla pubblica.

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