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L’addio al piccolo Domenico, alla fine le macchine si sono fermate

Ariel Piccini Warschauer.

Alla fine le macchine si sono fermate, lasciando spazio a un silenzio che pesa come un macigno nei corridoi dell’ospedale Monaldi. Il piccolo Domenico non ce l’ha fatta. È deceduto sabato mattina dopo sessanta giorni di agonia, iniziati lo scorso 23 dicembre con quello che doveva essere il giorno della sua salvezza: un trapianto di cuore. Un intervento trasformatosi in tragedia a causa di un organo arrivato a destinazione “bruciato”, irrimediabilmente compromesso da una catena di errori che l’intera rete trapiantologica italiana fatica oggi a spiegare.

La tragedia del “cuore gelato”

Mentre la Procura indaga per accertare le responsabilità, la comunità scientifica prova a isolare l’anomalia tecnica che ha condannato il bambino. Il professor Igor Vendramin, direttore della Cardiochirurgia di Udine, non usa mezzi termini definendo quanto accaduto “veramente inconcepibile”. Al centro del disastro c’è la modalità di conservazione dell’organo durante il trasporto.

“L’errore clamoroso è aver utilizzato il ghiaccio secco“, rimarca Vendramin. “È inimmaginabile, in tanti anni di carriera non avevo mai sentito nulla di simile. Il ghiaccio secco non si trova nemmeno in sala operatoria: dove è stato preso?”. L’uso del biossido di carbonio solido ha congelato i tessuti, rendendo il cuore un blocco inerte. Quando l’equipe del Monaldi si è trovata davanti l’organo compromesso, la cardiectomia sul piccolo Domenico era già stata avviata per accelerare i tempi di ischemia. Una scelta definita “imprudente” da alcuni, ma che Vendramin inquadra nelle procedure standard di urgenza: “Il chirurgo si è trovato davanti un organo congelato e non aveva scelta se non tentare di reimpiantarlo. È un caso senza precedenti”.

Il dolore della madre: “Una Fondazione per lui”

“Mi hanno chiamata verso le 4 di notte”, racconta con voce ferma ma rotta dal dolore la madre, Patrizia Mercolino. “L’Ecmo stava rallentando. Sono rimasta con lui fino a quando hanno spento la macchina. È finita”. Ma per Patrizia, la fine della battaglia clinica segna l’inizio di un impegno civile. Lunedì firmerà davanti a un notaio per la nascita di una fondazione intitolata a Domenico. “Voglio che non sia dimenticato, voglio aiutare altri bambini. Lui era un guerriero vivace, non si fermava mai. Quel 23 dicembre pensavo fosse arrivata la vita, invece è cambiato tutto”.

La pianificazione delle cure e il cordoglio delle istituzioni

Negli ultimi giorni, l’ospedale ha applicato la legge del 2017 sulla pianificazione condivisa delle cure. “Non è eutanasia”, ha precisato la direzione sanitaria, “ma un modo per evitare l’accanimento terapeutico”. Domenico è stato accompagnato verso la fine in sedazione profonda, protetto dal dolore mentre l’insufficienza multiorgano spegneva le ultime speranze.

Il caso ha travalicato i confini della cronaca locale arrivando fino a Palazzo Chigi. La premier Giorgia Meloni ha espresso il suo cordoglio via social: “L’Italia intera si stringe attorno alla famiglia. Sono certa che le autorità competenti faranno piena luce su questa terribile vicenda”. Mentre la politica invoca giustizia, il mondo dei trapianti si interroga su come un sistema d’eccellenza abbia potuto generare un errore così “incredibile”, vanificando il sacrificio del donatore e la speranza di una famiglia.

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