La stagione dell’identità, il nuovo libro di Domenico Petrolo
Se anche solo per un attimo ci trovassimo a pensare che la questione dell’identità, in politica (e nella vita) occupi un ruolo di secondo piano, poniamoci la stessa domanda che Colin Crouch, sociologo britannico noto per le sue ricerche sulla democrazia contemporanea, si è fatto: Perché votiamo? Perché andiamo alle urne, ben sapendo che l’impatto di un singolo voto è di fatto quasi irrilevante e non produce effetti immediati sulla nostra vita quotidiana? La risposta coglie il punto: “il voto non serve solo a scegliere un governo: è, soprattutto, un’occasione per confermare e rafforzare la nostra identità…non scegliamo solo un programma, ma riaffermiamo chi siamo e con chi stiamo.”
Parole, quelle di Crouch, riportate nel recente saggio di Domenico Petrolo, “LA STAGIONE DELL’IDENTITÀ. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” con la Prefazione di Luigi Di Gregorio e la Postfazione di Alessandro De Angelis, Editore Franco Angeli.
Un testo che sin dalle prime righe appare necessario, una trattazione di brillante chiarezza e urgente attualità. “Non si vota più per il reddito, ma per la dignità. Per il riconoscimento”. Non per i bonus, non per qualche euro in più di stipendio, ma per difendere il proprio mondo, i propri valori, la propria identità.
Petrolo propone un’analisi del consenso elettorale in Occidente e del successo dei partiti populisti e nazionalisti approfondendone le cause senza fare sconti e allontanandosi da ogni controproducente conformismo. Non assolve il populismo, ma spiega perché la sua grammatica emotiva abbia occupato lo spazio lasciato libero dalla sinistra razionalista. Una sinistra che vede troppo spesso l’identità tradizionale come un orpello del passato, mentre esalta le identità multiculturali e cosmopolite.
Lo storico Philipp Blom, dialogando con l’autore, racconta come ognuno di noi abbia più identità, ma allo stesso tempo come la “sinistra sia diventata incapace di accettare l’identità perché è diventata incapace di accettare la differenza”.
Petrolo ripete nel corso dei capitoli, instancabile: è necessario accogliere la richiesta di protezione che proviene dalle comunità, il bisogno di riconoscimento come individui e di ascolto dellepaure. Riconoscimento e ascolto che, in Europa – è la denuncia che porta l’autore, confermata da alcuni interlocutori illustri che lo affiancano nelle pagine – sono ormai prerogativa e capacità unicamente dei partiti nazionalisti e populisti.
Così l’autore nel libro approfondisce il fenomeno dell’immigrazione e la difficoltà dell’integrazione, la crisi demografica, la fatica a seguire i ritmi dell’innovazione tecnologica, la cultura woke, l’Islam radicale, la globalizzazione: temi che disorientano gli elettori e fanno percepire la propria identità sotto attacco.
Affrontando il tema complesso dell’immigrazione e dell’integrazione racconta il disastroso fallimento del modello svedese, con la sua politica dei cuori aperti, e il pragmatico modello danese. Un quadro documentato dell’Europa, dove secondo la politologa franco-britannica Catherine Fieschi, che nel libro dialoga con l’autore, “la politica ha scambiato il laissez faire per integrazione: così il multiculturalismo è fallito”
Il libro racconta la strumentalizzazione dell’Islam da parte dei partiti nazionalisti ma allo stesso tempo anche il conflitto culturale e valoriale sempre più evidente in tutta Europa.
Un capitolo del libro dal titolo emblematico “Woke for Trump” è dedicato alla cultura woke, nata per emancipare ma che ha finito per dividere e censurare. Perché come sostiene l’ex premier Romano Prodi, dialogando con l’autore, la cultura woke “è un’idea così avanzata proposta da un’élite da risultare, di fatto, escludente, perché finisce per allontanarsi dal resto della societàpur pretendendo di rappresentarlo. Trump ha vinto le elezioni proprio contrapponendo a questa ideologia escludente, che suscitava diffidenza e paura nella maggior parte degli americani, MAGA, un’idea identitaria semplice fondata sul senso di appartenenza.”
Il libro attraversa la Rust Belt americana attraverso la ricerca degli accademici Nicola Gennaioli e Guido Tabellini che, dialogando con l’autore, certificano con dati e numeri che “i poveri votano a destra e hanno smesso di chiedere più uguaglianza alla politica”, e che i credenti risultano più ostili agli immigrati.
Un saggio empirico, coraggioso, che affronta problemi certamente delicati ma di decisiva importanza per l’immediato futuro senza restare imbrigliato nelle maglie ideologiche.
Un libro che, nell’offrire molti spunti di riflessione, restituisce profondità a fenomeni che spesso sono semplificati e talvolta banalizzati: nel dibattito social, nelle apparizioni pubbliche degli esponenti politici e in alcuni luoghi del resoconto giornalistico sensazionalista.
Viviamo un’epoca di preoccupazione e incertezza: come aveva teorizzato Fromm nel 1941 – si ricorda nel testo – questa è la condizione che spinge l’uomo ad affidarsi al leader forte, autoritario, capace di offrire protezione, per quanto solo immaginaria.
Ecco perché “Oggi più che mai, scrive Petrolo, occuparsi delle paure significa prendersi cura delle democrazie” e allo stesso tempo è necessario, continua Petrolo, “attribuire un valore agli individui, alle loro tradizioni, alle loro radici. Riconoscere il valore positivo del loro vissuto, il valore delle loro identità, anche se non sono cosmopolite e multiculturali.”
Il volume è arricchito dai dialoghi dell’autore con Romano Prodi, Philipp Blom, Catherine Fieschi, Kwame Anthony Appiah, Guido Tabellini, Nicola Gennaioli, Emanuele Caroppo e Colin Crouch.
Domenico Petrolo, laureato in Comunicazione politica, ha iniziato la sua carriera nel mondo della cultura, per poi dedicarsi alla comunicazione e alla strategia elettorale, partecipando a numerose campagne nazionali e locali a fianco di diversi leader politici. Dal 2015 al 2018 ha coordinato la campagna 2×1000 per il Partito Democratico nazionale e le attività di raccolta fondi di varie realtà associative. Nel 2024 ha pubblicato, insieme a Lorenzo Incantalupo, Chi mi ama mi voti (Guerini e Associati). Oggi è fondatore e direttore di Cuntura, società che si occupa di strategia, comunicazione, pubbliche relazioni, networking e diplomazia. Cresciuto a Pernocari, vive tra Roma e Firenze.





