La Repubblica islamica sovrappone martirio e violenza
“Decapitata e umiliata”, scrive sul quotidiano La Repubblica Maurizio Molinari, “la Repubblica islamica va al contrattacco sovrapponendo martirio e violenza: le lacrime dell’annunciatore tv, i lanci a pioggia di missili e droni, la chiusura di Hormuz, la repressione e l’accelerazione della successione ad Ali Khamenei descrivono la volontà del regime di sopravvivere ad ogni costo. Il pianto in diretta del conduttore tv sulla morte della Guida Suprema riassume quanto sta avvenendo a Teheran. Barba ben curata e completo grigio, abbassa la testa ripetendo “Allah hu-Akbar” in un crescendo di dolore che lo porta a dire: “Il Leader Supremo ha preso la bevanda del martirio, si è ricongiunto con Allah”. Il “martirio” per la cultura sciita — sulla quale il regime khomeinista è costruito — è identitario, richiamandosi all’uccisione di Alì, considerato il legittimo successore del profeta Maometto, assassinato nel 661 a Kufa, originando lo scisma dall’Islam sunnita. E nella festa dell’Ashura, gli sciiti ricordano un altro martirio, dell’imam Husayn figlio di Alì nel 680, con processioni di lamenti, fino all’autoflagellazione. È questo “martirio” che la rivoluzione islamica ha trasformato nella matrice del terrorismo jihadista, emanazione dei pasdaran: da Hezbollah alla Jihad islamica, dagli Houthi fino a Hamas. Il dolore che il presentatore tv incarna rappresenta dunque il martirio di Khamenei invitando i seguaci ad immolarsi contro il nemico, per consentire al regime di sopravvivere. Come ben riassume Ali Larijani, il più stretto consigliere di Khamenei: “Divoreremo il cuore dei nemici”. La reazione militare del regime descrive come I tutto ciò si avvera, ora dopo ora. I Guardiani della rivoluzione, spina dorsale della teocrazia, fanno decollare centinaia di missili e droni contro l’ “Entità sionista”. È violenza massiccia anche contro i Paesi vicini, le monarchie del Golfo. Tale e tanta violenza contro i nemici esterni si accompagna alla repressione interna perché nulla minaccia il regime più della piazza”.


