La religiosità civile mazziniana nel Risorgimento lucchese
di Roberto Pizzi.
In un ritratto di Giuseppe Mazzini ispirato a vibrazioni quasi gobettiane, lo storico Giovanni Spadolini scrisse di lui che aveva “una sola radice: egli era stato l’unico grande riformatore religioso che l’Italia avesse avuto dopo Savonarola”. In quel moto a carattere essenzialmente politico-diplomatico che fu il Risorgimento, egli portò un lievito, un fermento, un tormento religioso, che dettero alla rinascita italiana un significato non avuto da nessun altro movimento nazionale europeo. In un paese, che non aveva più sentito una profonda istanza di religiosità civile, laica, umanistica dalla Controriforma in là, il suo pensiero rappresentava la consacrazione solenne della necessità di un rinnovamento delle coscienze. Francesco De Sanctis lo definì: il “Mosè dell’unità”, il profeta quasi biblico dell’imminente riscatto.
L`unità, il grande mito mazziniano, fu l’idea-forza che guidò il Risorgimento e si impose alle componenti politiche che poi lo condussero in porto, sia pure secondo schemi diversi da quelli sognati dall’apostolo genovese. “Storia fatta per altra via e con altri mezzi” ma approdata agli stessi fondamentali obiettivi. Processo storico che non si sarebbe mai concluso senza il contributo determinante del lievito religioso, dell’agitazione ideale.
Il pensiero di Mazzini si basava da tempo sui generali principi di libertà, fraternità, eguaglianza, patria, progresso, che si realizzeranno pienamente, sulle rovine delle vecchie fedi religiose, in una piena unione e fusione fra spiritualità, morale e politica. L’aspirazione di Mazzini si indirizza quindi verso una società in cui la libertà sarà integrata nell’associazione, e il principio della lotta, una volta distrutto il vecchio ordine sociale, sarà superato da quello del dovere. Mazzini dopo il 1861, cauto verso le tendenze razionalistiche e del libero pensiero che si affermavano anche tra i suoi giovani seguaci, sostenne una tenace, intransigente battaglia contro le degenerazioni materialiste. Tuttavia, nella concreta lotta politica, con la polemica diretta a sottrarre al cattolicesimo le posizioni di dominio nella società, Mazzini e soprattutto il movimento repubblicano parteciparono e contribuirono alla campagna di laicizzazione.
Fra i vari personaggi lucchesi, che possiamo definire “Con il fuoco nella mente” (parafrasando il titolo di un libro di J. H. Billingon), collegabili al disegno unitario contenuto nella intensa spiritualità del patriota genovese, ne citiamo alcuni, partendo da una donna:
Cleobulina Cotenna , che ospitò Mazzini, con la compagna Giuditta Sidoli, nella sua casa di Monte San Quirico – centro di cospirazione repubblicana e che fu donna di profonda “ma libera” religiosità. Di lei abbiamo già trattato nell’articolo del 12/1/26 . Nella storia della vita di Cleobulina compare poi il nome di Enrico Andreini (col quale era in corrispondenza epistolare), che partecipò all’organizzazione dei falliti moti della Lunigiana nel febbraio del 1854, insieme a Felice Orsini ed altri. Andreini, dovette mettersi in salvo espatriando e lo ritroveremo in Iran dove divenne generale dell’Armata Persiana. Era nato a Lucca nel 1828, morì in Persia nel 1895 ed è sepolto nel cimitero di Dulab, a Teheran.
Luigi Ghilardi (Lucca, 1810 – Aguascalientes, Messico, 1864) fu un altro mazziniano lucchese che combatté per la libertà in Spagna, in Sicilia nel 1848, a Livorno contro gli austriaci nell’insurrezione del 1849 e sempre in quell’anno, in difesa della Repubblica Romana. Si trasferì, poi, in Messico, dove partecipò, fra le fila dei liberali, alla guerra del 1855, con il grado di generale. Ancora in Messico, si schierò coi democratici di Benito Juarez, nella guerra contro le truppe di Napoleone III che avevano invaso il paese e posto sul trono Massimiliano d’Asburgo. Fatto prigioniero dai francesi, nei pressi di Puebla, fu fucilato nel 1864.
Un altro giovane che si collega agli ultimi moti mazziniani del 1870, fu Pietro Barsanti (nato a Gioviano, in Lucchesia, nel 1849). Caporale dell’esercito, partecipò nella caserma del Lino di Pavia ad un vano tentativo di sommossa contro la monarchia che non ebbe spargimento di sangue. Arrestato, fu sottoposto al giudizio del Tribunale Militare, che lo condannò alla fucilazione, avvenuta a Milano il 27 agosto 1870, nella indignazione e commozione di gran parte dell’opinione pubblica del Paese. A Barsanti resero onore Mazzini, Garibaldi, Saffi, Guerrazzi, Cavallotti e molta gente umile di tutta Italia che continuò a commemorarlo per almeno mezzo secolo dopo la sua morte. Ancora nel 1912 Pietro Nenni, allora repubblicano, rievocava nei suoi scritti l’esempio eroico di Pietro Barsanti. Dopo l’unità d’Italia si distingue nel panorama laico-risorgimentale lucchese la figura di Tito Strocchi (1846– 1879) politico ed uomo di lettere che scrisse poesie, testi teatrali e prose ed ebbe un’intensa attività giornalistica. La sua vita fu breve ma intensa, vissuta senza risparmio, con una grande carica ideale. Combatté con Garibaldi a Bagnorea e a Mentana e nel 1871, ancora a suo fianco, contro i Prussiani, si meritò la promozione ad ufficiale sul campo (Digione), dopo avere strappato al nemico, insieme ad un ufficiale francese, la bandiera del reggimento Pomerania. Mazzini lo riteneva uno dei suoi uomini migliori e più fedeli.
Affiliato alla Massoneria, cercò di indirizzarla ad un migliore impegno a favore della causa repubblicana. Da tempo ammalato di tisi, fu fatto rientrare nella sua città, dove morì circa un anno dopo, all’età di 33 anni. La sua sepoltura nel cimitero di Lucca fu problematica e resa possibile solo con l’intervento del Prefetto, come altrettanto avvenne per il monumento che gli fu dedicato nel 1883 e che reca sulla lapide l’epigrafe di Giosué Carducci.
Concludo la rassegna citando il nome dell’ingegnere Giacomo Simoni (1847- 1916), il quale si colloca a fianco di Tito Strocchi, suo un fratello spirituale. Entrambi appartengono all’ultima generazione dei vinti ma non domi, i quali, dopo l’unità d’Italia, continuarono a credere nell’idea-forza della Repubblica, animati dal precetto mazziniano compreso nel motto “pensiero ed azione”.
Giacomo Simoni si impegnò in una serie di battaglie politiche e sociali, quali le fondazioni della Società Operaia di Bagni di Lucca e della sezione della Croce Verde dello stesso luogo , alla quale si collegava la sezione distaccata di Montefegatesi. Con l’introduzione dell’illuminazione elettrica nella località termale, grazie alla centrale che lui stesso aveva progettato e finanziato, si giunse nel 1886 (addirittura prima di Lucca) a sostituire il gas con la nuova fonte di energia. Simoni, inoltre, fu uno dei più vivaci sostenitori della ferrovia, sinonimo del Progresso che sostanziava per lui il concetto di Repubblica.





