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La polveriera Medio Oriente e Israele ha deciso la massima allerta

Ariel Piccini Warschauer.

Il Medio Oriente è una polveriera con la miccia corta, e Israele ha deciso di alzare ufficialmente il livello di guardia. Mentre le acque del Golfo Persico si popolano di navi da guerra americane, il generale di divisione Rafi Milo, capo del Comando Nord dell’IDF, rompe gli indugi e delinea uno scenario che profuma di pre-conflitto. Le sue parole, affidate ai microfoni di Channel 12, non sono solo un bollettino militare, ma un monito politico: lo Stato ebraico è pronto a subire l’urto di una ritorsione iraniana qualora gli Stati Uniti decidessero di passare alle vie di fatto contro Teheran.

L’ombra del raid americano

“Non sappiamo dove stia andando questa situazione”, ha ammesso Milo con una sincerità insolita per i vertici di Tsahal. Il punto di rottura è il posizionamento strategico di Washington. Con la portaerei USS Abraham Lincoln già in rotta verso la regione, l’ipotesi di un attacco statunitense ai siti sensibili dell’Iran si fa concreta. Ma per Israele, questo significa prepararsi all’inevitabile effetto domino. “Sappiamo che un eventuale raid statunitense avrebbe ripercussioni dirette su di noi. Parte della risposta iraniana arriverebbe fin qui”, ha spiegato il generale. La difesa è in stato di massima allerta, pronta a intercettare una pioggia di missili che Teheran potrebbe scatenare per colpire l’alleato chiave degli USA.

Il rebus siriano e il passato di al-Sharaa

Se l’Iran è la minaccia all’orizzonte, la Siria è il pericolo sulla porta di casa. Milo ha descritto il fronte settentrionale come un’arena “sfidante e complessa”, ma è sulla nuova leadership di Damasco che l’analisi si fa feroce. Il generale ha puntato il dito contro le “tendenze jihadiste” del governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa. Il richiamo ai passati legami di quest’ultimo con Al-Qaeda è il sottotesto di una linea rossa invalicabile per Tel Aviv: la “libertà d’azione”. Israele non accetterà zone d’ombra e rivendica il diritto di colpire in territorio siriano per sventare ogni minaccia, prima ancora che questa si materializzi.

L’affondo contro Turchia e Qatar

Ma l’attacco più duro del generale Milo è stato quello diplomatico, rivolto a due attori che pesano come macigni sugli equilibri regionali: Turchia e Qatar. Milo ha definito il loro ruolo come “un grosso problema”, parlando apertamente di un “asse sunnita estremo” in crescita. È una conferma del gelo totale con l’Ankara di Erdogan e della crescente insofferenza verso Doha, accusata di giocare su troppi tavoli, divisa tra la mediazione diplomatica e il sostegno a movimenti islamisti.

Israele si dichiara “molto vigile”, sospeso tra la capacità difensiva e la preparazione di “risposte offensive”. Resta da capire se le parole di Milo servano a scoraggiare Teheran o se siano il prologo di una nuova, drammatica fase del conflitto mediorientale.

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