La mostra lucchese “Sacrum Inluminatio”
Roberto Pizzi.
Domani chiuderà i battenti un’iniziativa culturale che si è incentratata sulle figure di Enrico Pea, Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini, realizzata dal Teatro del “Giglio Giacomo Puccini” di Lucca con i patrocini del Ministero della Cultura e del Centro studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia. Abbiamo già scritto nei giorni scorsi del riconoscimento della sua validità culturale avvenuta con la visita a Lucca del ministro Giuli del 17 febbraio scorso.
Il tutto ha ruotato intorno a questi tre poeti scomodi che ebbero collegamenti fra loro, con sostanziale stima reciproca. Ma, forse, per accrescere il valore culturale dell’evento, si sarebbe potuto aggiungere il nome di un altro grande poeta: Eugenio Montale, ricollegabile ai tre nomi suddetti, con una variante per quanto riguarda i rapporti con Pasolini: se con Pound e Pea era corso rispetto e una stima letteraria reciproca, con Pasolini, invece la disistima faceva abbondante aggio.
Montale era nato a Genova nel 1896 (morirà a Milano nel 1981). Firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti, promosso da Benedetto Croce nel 1925; diresse il Gabinetto Viesseux, ma venne allontanato per le sue idee politiche. Dopo l’8 settembre aiuterà il poeta Umberto Saba, di origine israelita, a nascondersi a Firenze, aiutandolo a cambiare spesso appartamento, dandogli conforto, a rischio della vita. Nel 1967 fu nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica, Saragat e dal 1972 aderì al gruppo parlamentare del Partito repubblicano. Fu anche giornalista del Corriere della Sera. Nel 1975 ottenne il premio Nobel per la Letteratura.
I suoi rapporti con Enrico Pea (1881-1958), seppure da lui distante per formazione, furono caratterizzati da apprezzamento e da frequentazioni culturali nell’ambiente toscano, in particolare vicino a Viareggio e Lucca, dove Pea era una figura centrale (faceva parte della fantasiosa “Repubblica di Apua”, cenacolo di intellettuali, dove aveva il nome d’arte di Sacerdote degli scongiuri). Pea, scrittore “anarchico” e popolare, era stimato da Montale per la plasticità della sua scrittura. Nella letteratura italiana del Novecento, il versiliese si distingueva come un autore originale, quasi “scultoreo”, ossia simile ad uno scalpellino, secondo l’apprezzamento di Montale, stante la “plasticità della scrittura”.
Anche con Ezra Pound, vi fu un rapporto sostanzialmente di rispetto, pur con una dinamica complessa. Vi fu una certa influenza stilistica di Pound sulla poesia di Montale, ricambiata dall’impegno di quest’ultimo nel far conoscere l’opera del poeta americano in Italia. Montale loconsiderava un “genio” capace di cambiare non solo l’espressione poetica, ma la sensibilità stessa del Novecento. Pur mantenendo una simpatia di fondo per l’autore dei Cantos lo dividevano da lui l’ ideologia politica. Pound fu sempre un ammiratore del Duce del Fascismo. Ironicamente Montale lo descriveva come il “grande economista e zelatore di Mussolini”, per certe sue idee bizzarre che lo connotavano come un “anticapitalista e antimarxista degli anni Trenta”. Il poeta americano tuonava contro l’usura e le banche e nell’incontro che ebbe con Mussolini disse: “Duce, ho la possibilità di non far pagare le tasse ai cittadini!”. Montale diceva ironicamente che “ Pound nel nome portava la sua fissazione: la moneta, straordinario caso di nomen omen” (una traduzione del cognome Pound è infatti “ sterlina”, come la moneta inglese) e ciò lo rendeva accostabile a “certi avvocaticchi meridionali avversari strenui del signoraggio bancario”. Ed ancora diceva di lui: di certo Céline fu più oltranzista sul terreno della politica, con punte inammissibili di antisemitismo che Pound non avrebbe sottoscritto. Questo per dire “che anche presso le persone più geniali resta abbastanza stoffa per ritagliarne un imbecille”.
Ezra Pound visse moltissimi anni in Italia durante e dopo il fascismo. Dopo la guerra venne fatto prigioniero per la sua adesione al regime e, a causa dei suoi interventi alla radio in favore dell’Italia fascista e “repubblichina” fu internato prima in Italia e poi negli USA, perché ritenuto pazzo. Montale, ritenendolo un uomo innocuo, si mobilitò perché venisse scarcerato, dopo che i soldati americani, nel 1945, lo imprigionarono in una “gabbia” all’aperto nel campo di detenzione di Arena Metato (a Pisa), dove scrisse il capolavoro dei Pisan Cantos. Dopo un collasso fisico, fu trasferito in una tenda e infine estradato negli USA, dove fu rinchiuso per 13 anni in un manicomio. Ritornò in Italia e prima di morire a Venezia nel 1972, visse lungamente a Zoagli e Rapallo, dove venne ritratto da Montale in alcune prose raccolte poi ne libro Il secondo mestiere .
Diversi invece, furono i rapporti tra Montale e Pasolini (Bologna, 5/3/1922 – Roma, 2/11/1975). Nel passaggio dalla letteratura all`analisi dei fenomeni sociali e di costume, Pasoliniaccentuò la sua vocazione a porsi come voce diversa, anticonformista, alla ricerca continua di una verità, in politica come in arte, nei rapporti umani come nei linguaggi quotidiani. Proprio a partire da questa diversità, teorizzava un suo ruolo di rifiuto dei valori borghesi della società italiana e la tragica morte violenta, avvenuta nel novembre del ’75, per mano di un “ragazzo di vita”, sanciva definitivamente questa estraneità, chiudendo una vicenda esistenziale e umana che, come poche altre, testimonia il trauma prodotto da certe trasformazioni della società e della cultura. All’interno di un’ideologia genericamente di sinistra, Pasolini aveva cercato di coniugare marxismo e spiritualità cristiana, nostalgia dei valori del mondo rurale precapitalistico e denuncia della violenza implicita o esplicita, delle strutture sociali dell’Occidente industrializzato.
Fra lui e Montale fu guerra, dopo che Pasolini sulla rivista “Nuovi Argomenti”, aveva scritto un articolo che stroncava la raccolta Satura uscita nel 1971. La critica riguardava l’indifferenza di Montale – secondo l’autore di Casarsa – per quanto stava accadendo in quel periodo in Italia: le stragi, il conflitto sociale, la guerra del Vietnam, il filo atlantismo. Per lui Montale era un “pessimista metafisico”, portatore dell’ideologia liberista che in fondo fissava il potere borghese come fatto naturale e non modificabile. La polemica fra i due durò a lungo e con toni molto accesi.
Montale, era già senatore a vita, e Pasolini era ormai famoso e al centro dell’attenzione popolare proprio sia per il successo anche commerciale dei suoi films, sia per la radicalità delle sue posizioni politiche e l’asprezza dei suoi interventi. Pier Paolo era stato iscritto al partito comunista fino alla sua espulsione (e sospeso dall’insegnamento) in quanto accusato di corruzione di minorenni. E la sua adesione politica era avvenuta nonostante il fratello minore Guido, partigiano di ispirazione cattolico-socialista, fosse stato ucciso nell’eccidio di Porzûs (Friuli ) proprio dai partigiani comunisti che volevano l’annessione dei territori italiani di confine alla Jugoslavia di Tito. C’era poco da stupirsi; in quegli anni si era comunisti o anticomunisti, di destra o di sinistra, in modo davvero manicheo. Tutto era “militante”, anche la letteratura.
Montale, allora rispose alle critiche con la poesia Lettera a Malvolio, in cui difendeva la sua scelta di prendere le distanze da ogni ideologia politica.Nella commedia di William Shakespeare La dodicesima notte, Malvolio è un maggiordomo che nasconde la sua ipocrisia dietro comportamenti rigorosi e severi. Montale si rivolge a Pasolini dandogli questo nome e rivendicava un merito: quello di tenersi alla larga dal mondo dei potenti di turno prima e dopo, durante il Fascismo e con l’avvento della Repubblica; chiariva poi che questo atteggiamento non era da tutti e non era stato di tutti; forse era stato più facile quando le separazioni tra bene e male erano nette, ma dopo si era creato un “ossimoro permanente”, una “focomelia concettuale”, con l’onore e l’indecenza stretti insieme; chi teneva le distanze e badava a mantenere alta la propria moralità finiva per essere semplicemente deriso o confinato nel più profondo silenzio. Nella strofa più lunga, esce il ritratto del suo antagonista; un quadretto terribile: Pasolini sarebbe quello che aveva furbescamente mescolato marxismo e cristianesimo, traendone grandi vantaggi e guadagni personali proprio mentre, apparentemente, ostentava la nausea per questo tipo di relazioni umane e di società.
Ne riportiamo alcuni brani più significativi.
LETTERA A MALVOLIONon s’é trattato mai d ‘una mia fuga, Malvolio,e neanche di un mio flair che annusi il peggioa mille miglia. Questa é una virtùche tu possiedi e non t’invidio ancheperché non potrei trarne vantaggio.No,non si tratto mai d ‘una fugama solo di un rispettabileprendere le distanze.Non fu molto difficile dapprima,quando le separazioni erano nette,l’orrore da una parte e la decenza,oh solo una decenza infinitesimadall’altra parte. ….
Ma dopo che le stalle si vuotaronol ‘onore e l’indecenza stretti in un solo pattofondarono I’ossimoro permanentee non fu più questionedi fughe e di ripari. Era l’oradella focomelia concettualee il distorto era il dritto, su ogni altro
derisione e silenzio.
Fu la tua ora e non è finita.
Con quale agilità rimescolavi
materialismo storico e pauperismo evangelico,
pornografia e riscatto, nausea per l’odore
di trifola, il denaro che ti giungeva.
Le espressioni “focomelia concettuale”, e “il distorto era divenuto il dritto” restano versi di inquietante attualità in questi difficili giorni e forse la poesia meriterebbe una maggiore considerazione anche nei manuali scolastici.


