La legge sul fine vita può essere adottata anche da altre regioni
La Corte Costituzionale, intervenendo sulla legge della Regione Toscana in materia di fine vita, ha tracciato i confini entro cui le Regioni possono muoversi in un ambito molto delicato che ha già suscitato un confronto tra il presidente Eugenio Giani (nella foto) e il presidente dei vescovi toscani Augusto Lojudice. La sentenza ha fatto anche da detonatore a polemiche e perplessità dovute alle modifiche che invoca per il testo regionale. Ma quali sono gli effetti di questa decisione? La Nazione lo ha chiesto a Stefano Ceccanti, costituzionalista, docente, già parlamentare del Partito democratico.
Ceccanti, che cosa ha stabilito la Corte Costituzionale?
“Il governo, su richiesta di alcuni settori di FdI e della Lega, aveva impugnato la legge Toscana con due obiettivi: farla saltare del tutto dichiarando le Regioni incompetenti e cambiare più in generale la giurisprudenza sul fine vita, nella convinzione che il cambiamento nella composizione, con quattro nuovi giudici parlamentari, potesse condurre a chiudere gli spiragli aperti nella depenalizzazione del suicidio assistito. La Corte ha invece ritenuto la Toscana competente, sia pure con alcune riserve, e più in generale ha confermato la propria giurisprudenza. Soprattutto su questo secondo punto il governo ha fatto un grave autogol”.
La legge della Regione Toscana può essere applicata?
“Il punto chiave è che, nonostante l’eliminazione di alcune norme, tra cui quella di una disciplina troppo rigida dei tempi, la legge uscita dalla Corte è pienamente applicabile. Il taglio non produce vuoti”.
Si tratta di un via libera per le altre Regioni?
“Nella misura in cui le altre Regioni approvino norme identiche o simili senz’altro sì. Non è una novità da poco”.






