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La guerra e i dilemmi delle banche centrali

Marcello Messori su InPiù analizza i dilemmi delle banche centrali. L’aggravarsi delle guerre nell’area del golfo e la persistenza del conflitto ucraino hanno reso il quadro geo-politico così drammatico e quello economico così incerto da rendere temeraria ogni previsione in merito ai vincoli di quantità e alla dinamica dei prezzi che caratterizzeranno varie materie prime strategiche nel prossimo futuro. Rispetto al biennio 2020-2022, la Ue ha ridotto la propria dipendenza dal petrolio e dal gas e le catene internazionali del valore hanno subito razionalizzazioni. Eppure, l’attuale disordine economico ha un’elevata probabilità di causare strozzature dal lato dell’offerta che saranno difficili da superare nel breve termine. Ancor più che nella fase post-pandemica, ciò rende complesse le scelte di politica monetaria nelle principali aree. L’economia della UE, che aveva riassorbito gli eccessi di inflazione e stava uscendo dalla sostanziale stagnazione dell’ultimo triennio, rischia di subire vincoli produttivi stringenti e di registrare dinamiche dei prezzi nuovamente superiori alla soglia del 2%.
 
In questo quadro, una restrizione di politica monetaria avrebbe effetti distorsivi: anziché allentare le strozzature di offerta, essa restringerebbe una domanda interna in iniziale e positiva ripresa. Pertanto, in conformità alle scontate scelte assunte qualche giorno fa, la Bce deve “congelare” i suoi strumenti monetari e premere perché la Ue intraprenda politiche accentrate di bilancio con intonazione espansiva e politiche industriali accentrate volte a rimuovere con gradualità i vincoli di offerta. La Fed non può, invece, accontentarsi di “aspettare e guardare”. Le strozzature produttive statunitensi saranno meno gravi di quelle europee. Va però considerato che la politica di bilancio dell’Amministrazione Trump sta alimentando una domanda aggregata distorta in presenza di tassi di inflazione già superiori al 2% e spinti verso l’alto dai dazi. In tale quadro, il presidente della Fed ha giustamente evocato possibili rialzi nei tassi di interesse di policy. Certo, le variabili politiche non avallano questo orientamento: fino alle elezioni statunitensi del prossimo autunno, la Fed non restringerà la sua politica monetaria. È più probabile che l’inazione politica europea spinga la Bce ad effettuare inappropriati aumenti nei tassi.

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