#CULTURA #TOSCANA

La Giornata della Memoria dedicata ai bambini ebrei

Roberto Pizzi.

In un  Convegno di Studi Storici sul Settore Occidentale della Linea Gotica dei primi di settembre del 1994 fui chiamato a svolgere una relazione poi racchiusa nella pubblicazione degli Atti (1997), che intitolai “Leggi razziali e deportazione degli ebrei in provincia di Lucca”. In quello che esposi parlai anche dei bambini ebrei che subirono la “strage degli innocenti” nei campi di sterminio nazisti e fra questi ricordai la più piccola deportata  dalla provincia di Lucca: Luciana Pacifici, di 8 mesi, figlia di Loris Pacifici e di Elda Procaccia.

Dopo una ventina di anni si verificò un’iniziativa che dette respiro nazionale al ricordo della vicenda di questa bambina e della sua famiglia. Il giornalista Nico Pirozzi, nel 2010, ne aveva ricostruito la storia nel libro Una storia della Shoa napoletana ed aveva  promosso un’iniziativa perdedicare alla stessa il nome di una strada di Napoli. Ma non una nuova via, bensì quella che dal1970 era intitolata a Gaetano Azzariti, un insigne giurista (nato a Napoli nel 1881), al quale, dopo il 1945, prima Badoglio e poi certi politici della neonata Repubblica avevano “smacchiato” molto frettolosamente  un passato fascista assai disdicevole. Azzariti, infatti, era stato il presidente del Tribunale della Razza istituito dal Fascismo per la persecuzione degli Ebrei. Addirittura, era stato nominato membro della Corte costituzionale, diventandone il presidente. Grazie alle ricerche di Pirozzi, il sindaco di Napoli fece smantellare  a martellate quella  targa pomposamente dedicata al magistrato, nel cuore della città, vicino all’Università Federico II, sostituendola con una nuova dove compariva il nome della più piccola ebrea perseguitata e uccisa in Italia. Pur di radici toscane (il padre era nato a Livorno), Luciana aveva visto la luce a Napoli, dove la famiglia era emigrata da una ventina di anni. Anche la stampa nazionale dedicò ampio spazio alla vicenda. In particolare, ricordo l’articolo di Gian Antonio Stella su il “Corriere della Sera” dell’8/10/2015,  Azzariti, il fascista sconfitto dalla bimba morta ad Auschwitz. Napoli gli toglie la via e la dedica a Luciana Pacifici. 

Quando iniziò “la caccia all’ebreo” la famiglia Pacifici si era trasferita in una zona di campagna a pochi chilometri da Lucca, Cerasomma, dove aveva dei parenti,  cercandovi un rifugio che invece fu “precario”. Insieme a loro,  vi erano: Aldo Procaccia con la moglie Milena Modigliani ed il piccolo Paolo;  Loris Pacifici con la moglie Elda Procaccia (sorella di Aldo) e la piccola Luciana; infine Amedeo Procaccia con la moglie Jole Benedetti (genitori di Aldo ed  Elda). Otto persone, che durante una retata del 6 dicembre del 1943 venivano arrestate, internate a Bagni di Lucca (luogo di reclusione provvisoria  per tutti gli ebrei catturati in provincia) e di lì a poco deportate ed uccise ad Auschwitz. 

Ma storie analoghe ve ne furono altre: come quella di Liliana Urbach, nata a Bagni di Lucca il 10 ottobre del 1942, figlia dell’ebreo austriaco Leo e di Alice Loewy. Aveva anche un fratellino maggiore, Kurt, di cinque anni. Furono tutti arrestati nella cittadina termale della media Valle e avviati ad Auschwitz. Il padre, durante il tragitto,  riuscì a fuggire, incoraggiato dalla moglie, che sembra avergli gridato: “scappa, vedrai che a noi non faranno niente”. Catturato nuovamente e internato, tuttavia riuscì a sopravvivere. I bambini e la donna finirono nelle camere a gas.

​Sempre nella cittadina termale, furono catturati e poi deportati senza scampo, insieme alla loro madre Jolanda Brauner di 39 anni,  i bambini Darko e Hela Rayner (di otto e undici anni), di nazionalità jugoslava. 

      Nell’elenco dei 111 ebrei rastrellati nella nostra provincia, 18 furono i ragazzi uccisi dai nazisti:avevano un’età racchiusa fra 12 anni a 8 mesi di vita. Diciotto bambini indifesi, Bambini, “gli occhi dei quali… non avrebbero fatto più fiorire alcuna tavola imbandita”. Questi, i loro nomi:

Frisch Max, cecoslovacco, 12 anni;  Mendelsohn Benzion, polacco, 12 anni;  Rajner Hela, jugoslava, 11 anni;  Feintuch Anna, austriaca, 11 anni;  Feintuch Manfredo, austriaco, 10 anni;  Levi Aldo, di Livorno, 10 anni;  Mendelsohn Abraham, polacco, 9 anni;  Mendelsohn Jechiel, polacco, 9 anni; Mendelsohn Miriam, polacca, 8 anni; Rajner Darko, jugoslavo, 8 anni; SimkovicEva, di Fiume, 8 anni; Simkovic Giorgio, di Fiume, 6 anni; Auerhahn Mosè, tedesco, 6 anni; Levi Carlo, di Livorno, 6 anni; Urbach Kurt, austriaco, 5 anni; Urbach Liliana, nata a Bagni di Lucca, 15 mesi; Procaccia Paolo, nato a Napoli, 13 mesi;  Pacifici Luciana, nata a Napoli,  8 mesi. 

            In questo quadro desolante la sorte volle che vi fossero anche dei bambini che in qualche modo sfuggirono allo sterminio, aiutati da chi, a rischio della vita, si prestò a soccorrere questa umanità indifesa. Fra questi benemeriti voglio ricordare il nome di Alfredo Petretti, repubblicano, antifascista,  notorio  massone, libero pensatore dai molteplici interessi culturali  e raffinato poeta.  Alla fine del 1944, all’epoca dei fatti, era un giovane diciottenne residente a Pescaglia, comune della media Valle del Serchio. In questo paese era rifugiata una famiglia ebrea, formata dai genitori e due bambine, delle quali una piccolissima.  I Tedeschi avevano i loro informatori e sembra che un noto antiquario pisano, lì sfollato, un  fascista locale ed un prete della zona, notoriamente filo-tedesco, fornissero ai nazisti la lista delle persone da deportare in Germania. Fra queste vi doveva essere anche Alfredo Petretti, insieme ai quattro ebrei. Ma poco prima che i soldati arrivassero a Pescaglia, un altro religioso, il parroco di Vetriano, a conoscenza della “spiata”, informò Alfredo del pericolo. Questi decise di darsi alla macchia, ma anche di salvare la famiglia di ebrei che conosceva. Mise nello zaino da montagna che portava sulle spalle, come un fagottino,  la bimba più piccola e prese in braccio l’altra, e furtivamente, da casa sua girò subito a destra, per la località detta “Il Ponte”. Proseguì risalendo stradelli boschivi e mise in salvo l’intera famiglia, rifugiandosi nella “Gola del Campaccio” , aspettando il segnale liberatorio del lavorante del forno di suo padre, col quale si era accordato.  La famiglia ebrea, finita la guerra, espatriò in Israele. Anni dopo vi fu un incontro in Italia,   con quella bimba che aveva nascosto nello zaino: “ormai divenuta donna” e che gli apparve – secondo le sue parole –  “di una bellezza mai vista simile”. 

Di queste vicende Petretti non si vantava:  pochi ne erano al corrente,  perché non amava parlare molto delle cose buone da lui fatte, forse intendendole  esaurite in loro stesse, come un naturale dovere compiuto. 

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