La “Famiglia del bosco” e il diritto all’istruzione obbligatoria
Luciano Panzani su InPiù commenta il caso della cosiddetta “Famiglia del bosco” Scrive: Il recente provvedimento del Tribunale dei minorenni dell’Aquila che ha disposto l’allontanamento della madre dei tre bambini dalla struttura in cui sono ospitati e il loro spostamento in una diversa struttura ha sollevato violentissime polemiche. Sono state organizzate manifestazioni contro il provvedimento, ritenuto inumano. Il Ministro della Giustizia ha inviato gli ispettori al Tribunale per verificare se siano stati commessi illeciti. La Presidente del Consiglio si è espressa a favore dei diritti della madre: “Lo Stato non può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita”. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Abruzzo Marina Terragni esprime viva preoccupazione per la situazione dei minori. Eppure il Decreto Caivano del 2023 rafforza il diritto all’istruzione per contrastare la dispersione scolastica e la criminalità minorile, inasprendo le sanzioni per i genitori che non mandano i figli a scuola. Introduce il reato di inosservanza dell’obbligo, punito con la reclusione fino a 2 anni per dispersione assoluta, e prevede il monitoraggio dei sindaci tramite l’Anagrafe Nazionale dell’Istruzione.Il primo provvedimento del Tribunale dei minorenni, che aveva sollevato molte meno critiche, prevedeva che i bambini fossero ricoverati in struttura protetta, una volta accertato che i genitori non solo non li mandavano a scuola, ma non avevano neppure provveduto all’istruzione autonomamente, come avevano inizialmente sostenuto. Il Tribunale ha sospeso temporaneamente la responsabilità genitoriale della coppia anglo-australiana, trasferendo i piccoli in una casa famiglia insieme alla madre. Era poi accaduto, secondo il rapporto al Tribunale dalle assistenti sociali, che la madre aveva tenuto un comportamento non collaborativo, spingendo i bambini ad atti di ribellione ed antagonismo, nella sostanza boicottando il tentativo di farli rientrare nell’alveo del percorso educativo. Molto più equilibrato è parso il padre, che ha invitato tutti a non manifestare davanti alla struttura in cui stanno i bambini, pur dichiarando di volerli a casa.
L’art. 34 della Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita e dura 10 anni (dai 6 ai 16 anni di età). E’ un diritto del minore, che va garantito per evitare che lo stesso sia poi incapace di inserirsi nella società. Il provvedimento del Tribunale dei minori, criticato da molti anche per il clima di tensione pre referendario, intende assicurare l’inserimento dei bambini in una struttura protetta, che faccia da ponte con il rientro nell’alveo della scuola a cui vanno tutti i nostri figli. E’ un provvedimento eccessivo? Carlo Rimini, in un bel articolo, sembra crederlo affermando che l’interesse prevalente del minore non giustifica misure estreme. Richiama la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo secondo cui i bambini hanno diritto a vivere nel proprio ambiente familiare e che l’allontanamento è giustificabile solo in casi estremi. Sono principi corretti, se intesi con il giusto equilibrio. Lo stesso Rimini riconosce che la violazione del diritto all’istruzione e a vivere in un ambiente non nocivo può giustificare l’intervento. Alla luce di questi principi, che condivido, mi pare che il provvedimento del Tribunale non potesse esser diverso perché il diritto dei tre bambini a ricevere una corretta istruzione ed a vivere una vita il più possibile serena, doveva esser tutelato. L’intervento del padre, che ha adottato un comportamento cooperativo e ragionevole, dimostra che i giudici sapevano quel che facevano. Last but not least, il provvedimento è senz’altro impugnabile e la Corte d’appello dell’Aquila deciderà prossimamente: la Corte d’appello, non la presidente del Consiglio, gli ispettori, il Ministro Nordio, o torme di cittadini neo-rurali e non. Anche lo Stato di diritto va salvaguardato.





