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La difficile arte dell’equilibrio nella politica estera

La politica estera, contrariamente a quanto spesso la sinistra sembra pensare, non consiste nel dare voti nella materia «Rispetto del diritto internazionale» ai protagonisti della scena mondiale – scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera -. Consiste nel contemperare valori e interessi, tenendo insieme ciò che serve a un Paese per vivere e prosperare e il rispetto di principi etico-politici come democrazia e diritti dell’uomo. Impresa non facile, in cui contano le risorse materiali e immateriali, lo standing e il peso di un Paese: non solo la potenza militare. In nessun campo come nella politica estera le parole lasciano il tempo che trovano. Quali sono gli asset della politica estera italiana? I punti di forza sono quattro: identità, capacità industriale, posizione geografica e tradizione politica. L’Italia conta per il suo nome e il suo deposito storico. In ambito culturale la presenza italiana aggiunge prestigio. Inoltre è un Paese cattolico e ospita la Santa Sede, fattore rilevante nei rapporti internazionali. C’è poi la capacità industriale, che ne fa il secondo Paese manifatturiero d’Europa, con una presenza significativa anche nell’industria degli armamenti, navale e aeronautica. In assenza di una forte capacità militare, ciò rappresenta uno strumento importante di politica estera. Infine la posizione geografica nel Mediterraneo, di alto valore strategico. Da qui deriva anche la necessità di una politica araba, in equilibrio con la difesa d’Israele e i vincoli con Nato, Europa e Stati Uniti: il nodo centrale della nostra politica estera. Questi elementi compensano due limiti: un esecutivo debole e un’opinione pubblica in larga parte pacifista. Tradizionalmente l’Italia ha saputo comunque muoversi, non con condanne o applausi, ma con discrezione, silenzio, compromessi e diplomazia”.

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