Iran, venti di guerra totale: Khamenei si barrica nel bunker mentre l’armata trumpiana punta su Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
La polveriera mediorientale è a un passo dalla deflagrazione. In Iran la tensione ha superato i livelli di guardia, trasformandosi in una fibrillazione che scuote i palazzi del potere di Teheran e le cancellerie internazionali. Le parole di Salar Velayatmadar, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, suonano come un ultimo avviso: “Al momento è una guerra mediatica e politica, ma uno scontro militare potrebbe scoppiare da un momento all’altro”.
Il bunker e la successione ombra
Mentre le strade del Paese sono ancora segnate dal sangue delle proteste esplose a fine dicembre, l’Ayatollah Ali Khamenei è scomparso dai radar pubblici. Secondo diverse fonti di intelligence, tra cui il Mossad e rilanciate dal Jerusalem Post, la Guida Suprema si sarebbe rifugiata in un bunker blindato per timore di un raid mirato statunitense.
In questo clima di emergenza, emerge un dettaglio politico non trascurabile: la gestione quotidiana del potere sarebbe passata nelle mani di Massud Khamenei, terzo figlio dell’Ayatollah. Massud fungerebbe ora da unico canale di comunicazione tra il padre e i vertici esecutivi e militari del regime, consolidando di fatto una posizione di potere in un momento di estrema fragilità per la Repubblica Islamica.
L’Armata di Trump e il ruolo di Israele
A soffiare sul fuoco è anche la retorica della Casa Bianca. Donald Trump ha annunciato l’invio di una poderosa “armata” navale verso le acque del Golfo Persico, un segnale muscolare che segue il fallimento dei tentativi di placare la repressione interna con la diplomazia.
In questo scenario, il coordinamento tra Washington e Tel Aviv è diventato totale: Le Forze di Difesa israeliane hanno completato i protocolli per sostenere un eventuale attacco guidato dagli Stati Uniti, mentre il capo di stato maggiore Eyal Zamir e il comandante del CENTCOM americano, l’ammiraglio Brad Cooper, sono in costante contatto operativo. Le unità di comando israeliane sono da ieri in stato di “allerta rafforzata” per rispondere a possibili rappresaglie iraniane su larga scala.
La minaccia dei Pasdaran: “Dito sul grilletto”
La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Attraverso l’agenzia Nournews, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Mohammad Pakpour, ha lanciato un monito esplicito: “Siamo più pronti che mai, con il dito sul grilletto”. I Pasdaran accusano il Mossad e i servizi occidentali di aver infiltrato le proteste popolari, liquidando il dissenso interno come una “creazione del nemico”.
Una repressione senza precedenti
Tuttavia, oltre la geopolitica, resta il dramma umanitario. Le proteste, nate dal crollo del rial e dall’esasperazione economica, sono state soffocate con una violenza che le organizzazioni internazionali definiscono “sistematica”, e che avrebbe causato 30 mila vittime e 25 mila arresti. L’Iran di oggi è un Paese sospeso: da un lato la minaccia di un conflitto esterno che coinvolgerebbe le potenze globali, dall’altro un popolo che sembra aver rotto l’argine della paura contro un regime sempre più chiuso nei suoi bunker e sempre più isolato.






