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Iran-Usa, disgelo a Muscat dopo la tempesta

Ariel Piccini Warschauer.

Il deserto dell’Oman torna a farsi oasi della diplomazia mondiale. Dopo otto mesi di fuoco, segnati dall’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra tra Israele e la Repubblica Islamica nel giugno 2025, i “due storici nemici” si sono guardati di nuovo negli occhi. A Muscat, sotto la sapiente mediazione del Sultanato, si è concluso il primo round di colloqui bilaterali sul programma nucleare di Teheran. L’esito? Un cauto ottimismo che profuma di tregua, ma che non cancella il rumore dei motori della portaerei USS Abraham Lincoln che incrocia a poche miglia di distanza.

Il ritorno della diplomazia “familiare”

Il tavolo dei negoziati ha visto schierati pesi massimi. Per l’Iran, il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi ha guidato una delegazione tecnica e politica di alto livello, comprensiva di esperti legali ed economici. Dall’altra parte, Donald Trump ha calato l’asso della “diplomazia parallela”: insieme all’inviato speciale Steve Witkoff, a Muscat si è presentato anche Jared Kushner, genero del Presidente e già architetto degli Accordi di Abramo. Una presenza, quella di Kushner, che segnala quanto la Casa Bianca consideri questo dossier una priorità personale del Commander-in-Chief.

“Le nostre preoccupazioni sono state espresse in un’atmosfera molto positiva”, ha dichiarato Araghchi. Un linguaggio quasi rassicurante, se non fosse per quel richiamo alla “sfiducia” che resta il macigno principale dopo il conflitto di 12 giorni dello scorso anno, quando i siti nucleari iraniani finirono nel mirino dei raid alleati.

Il bastone e la carota di Trump

Mentre i diplomatici sorseggiavano tè a Muscat, da Washington e Teheran i toni restavano quelli della sfida muscolare. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, è stata perentoria: “Zero capacità nucleare”. Trump vuole l’accordo, ma non esclude il ricorso alla forza. Una linea confermata dal vice JD Vance: “Dialogo con tutti, ma l’opzione militare resta sul tavolo”.

Teheran non è rimasta a guardare. Nelle stesse ore del vertice, i Guardiani della Rivoluzione hanno sequestrato due petroliere nel Golfo, ufficialmente per “contrabbando”, un segnale neanche troppo velato della capacità iraniana di bloccare le arterie energetiche del mondo. “Siamo pronti a difenderci”, ha ammonito il generale Mohammad Akraminia, ricordando la vulnerabilità delle basi americane nella regione.

Un asse per la stabilità

A premere per una soluzione pacifica sono soprattutto i vicini arabi e le potenze europee. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati spingono per un patto di non aggressioneche coinvolga anche i rispettivi “proxy” (Hezbollah e milizie sciite), nel tentativo di blindare una stabilità regionale fragilissima.

Da Doha, anche il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha fatto sentire la sua voce, esortando Teheran a un impegno reale: “C’è un grande timore di escalation”, ha avvertito il leader di Berlino, consapevole che una nuova fiammata nel Golfo travolgerebbe l’economia europea già provata.

Cosa aspettarsi ora

I colloqui di Muscat sono stati, per ammissione dello stesso Araghchi, “solo un inizio”. Le delegazioni tornano ora nelle capitali per consultazioni, ma il sito Axios anticipa già un nuovo round nei prossimi giorni. La Cina, nel frattempo, continua a tessere la sua tela, ribadendo il “diritto al nucleare civile” dell’Iran e fungendo da sponda diplomatica per gli ayatollah.

La partita è appena iniziata. Trump rivendica su Truth di aver “impedito la guerra nucleare”, ma il mondo resta col fiato sospeso: tra la pace di Muscat e il baratro del conflitto, la linea è sottile come un granello di sabbia dell’Oman

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