Iran, l’impero di sangue e gli affari dei pasdaran
Ariel Piccini Warschauer.
Non è solo un esercito ideologico, ma un «apparato di Stato» che tiene in ostaggio il presente e il futuro dell’Iran. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Irgc), meglio noto come Pasdaran, è oggi il pilastro su cui poggia la sopravvivenza di un regime isolato. Mentre l’Unione Europea valuta l’inserimento dell’organizzazione nella lista nera del terrorismo per le sistematiche violazioni dei diritti umani, i dati e le testimonianze che filtrano dalle crepe del potere raccontano di una struttura che ha trasformato la difesa della fede in un monopolio economico e la repressione in una strategia di sterminio con uccisioni indiscriminate e processi farsa.
Il braccio economico del regime
Nati nel 1979 per proteggere la Rivoluzione di Khomeini, i Pasdaran sono oggi una vera e propria holding. Secondo le stime più prudenti, controllano tra il 42% e il 50% del Pil nazionale. Infrastrutture, energia, tecnologia, telecomunicazioni: nulla sfugge al loro controllo. Con un bilancio militare che sfiora i 9 miliardi di dollari l’anno – quasi la metà della spesa bellica totale del Paese – i Guardiani sono diventati un’entità autonoma, spesso in attrito con l’esercito regolare per privilegi e salari. Un potere che si autoalimenta non solo con le tasse, ma anche con il traffico clandestino di petrolio e, secondo fonti della dissidenza, attraverso le rotte della droga gestite da Hezbollah tra il Medio Oriente, il Centro Africa e il Sudamerica.
L’orrore del «Reparto 209»
Ma è sul fronte interno che i Pasdaran mostrano il volto più feroce. La linea politica è “tolleranza zero”. Se all’inizio delle proteste il regime ha agito nell’ombra tramite i Basij (i paramilitari reclutati tra i giovani), oggi l’apparato repressivo è schierato apertamente. Le notizie che giungono dai centri di detenzione sono atroci. Nel carcere di Evin, a Teheran, circa 2.000 prigionieri politici sarebbero pronti per l’esecuzione.
Tra loro, almeno 200 donne sono rinchiuse nel tristemente noto “reparto 209”. Le testimonianze parlano di una sezione sotterranea denominata «tortura nera», dotata di letti metallici per somministrare scosse elettriche e strumenti per violenze sessuali sistematiche. Un orrore che non risparmia i giovanissimi: molti minori verrebbero uccisi con colpi alla testa per fungere da tragico monito per chi scende in piazza contro il regime.
La solitudine dell’Ayatollah
Al vertice di questa piramide di violenza, la figura di Ali Khamenei appare sempre più isolata. Secondo informazioni raccolte da fonti interne agli apparati di sicurezza, la Guida Suprema non si fiderebbe più dei suoi stessi Pasdaran. Per questo motivo, per la sua protezione personale a Teheran avrebbe assoldato una scorta di 60 miliziani libanesi di Hezbollah. Si tratta di elementi provenienti da Beirut, alcuni dei quali, già legati al regime dell’ex presidente siriano Assad. Non solo: per presidiare l’ordine pubblico sarebbero stati richiamati 1.500 afghani sciiti e 4.000 iracheni dell’organizzazione terroristica Al Hashd Al Shabi.
Secondo notizie filtrate da ambienti vicini alla guida suprema sciita, Khamenei starebbe preparando un piano di fuga. Le indiscrezioni parlano di trattative serrate con il Gru (i servizi segreti militari russi) per garantire un’uscita sicura a sé e alla propria famiglia verso Mosca. Un esodo che sarebbe già iniziato simbolicamente con l’invio di aerei carichi di oro, denaro e preziosi, ricalcando il copione già visto con il dittatore siriano Assad.
L’incognita nucleare
In questo clima da fine impero, Teheran continua a giocare la carta della minaccia atomica. Oltre 270 kg di uranio arricchito sono stoccati nei tunnel di Isfahan, una merce di scambio nelle trattative segrete in corso con la Cia. Ma mentre la diplomazia internazionale cerca faticosamente una mediazione, nelle piazze il popolo iraniano continua a sfidare la morte. Il 70% della popolazione è ormai apertamente contro la dittatura. La partita per il futuro dell’ Iran si gioca ora tra il coraggio dei manifestanti e il cinismo di un regime che ha già le valigie pronte, ma le mani ancora sporche di sangue.






