Iran, il pugno di ferro del regime con l’arresto dei leader riformisti
Ariel Piccini Warschauer.
LA Repubblica Islamica sceglie la via del silenzio forzato. Mentre la diplomazia di Teheran ostenta aperture al dialogo con l’Occidente, all’interno dei confini nazionali si consuma una delle più feroci ondate di repressione degli ultimi anni. Il regime non colpisce più solo la società civile o i movimenti di piazza, ma punta ora al cuore del sistema: il campo riformista, accusato di “non essere abbastanza fedele” alla linea dura imposta dalla Guida Suprema.
L’epurazione dei “non fedelissimi”
Nelle ultime ore, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) ha fatto scattare le manette per le figure di spicco del Fronte Riformista, l’organizzazione ombrello che riunisce 27 formazioni politiche. Tra gli arrestati eccellenti figura Azar Mansouri, leader del Fronte e storica consigliera dell’ex presidente Khatami, prelevata dalla sua abitazione. Insieme a lei, sono finiti in cella il portavoce Javad Emam, l’ex viceministro degli Esteri Mohsen Aminzadeh e il politico di lungo corso Ebrahim Asgharzadeh.
L’operazione appare come una vera e propria purga politica. Il campo riformista aveva sostenuto l’attuale presidente Massoud Pezeshkian durante le elezioni del 2024, sperando in un cambio di rotta. Tuttavia, il violento soffocamento delle proteste scoppiate a dicembre per la crisi economica – culminate nei massacri dell’8 e 9 gennaio – ha scavato un solco incolmabile. Il silenzio imposto dal blocco totale di Internet non è bastato a nascondere una verità tragica: secondo le ONG, le vittime della repressione potrebbero aver raggiunto la spaventosa cifra di 20.000 persone.
La sfida del referendum
A far precipitare la situazione è stata anche la richiesta di un cambiamento strutturale. Prima dei leader politici, il regime aveva incarcerato attivisti e intellettuali colpevoli di aver firmato una lettera aperta in cui si chiedeva un “referendum libero e trasparente” per una transizione democratica, invitando esplicitamente la Guida Suprema a farsi da parte.
Tra i firmatari figurano nomi che pesano nella cultura iraniana, come il regista Jafar Panahi (vincitore della Palma d’oro 2025 e attualmente all’estero) e il Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, recentemente condannata a ulteriori sette anni di detenzione. In carcere sono finiti anche Vida Rabbani, Abdollah Momeni e Mehdi Mahmoudian, quest’ultimo co-sceneggiatore dell’ultimo film di Panahi.
Un presidente senza potere
Le accuse mosse dalla magistratura, guidata dal falco Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, sono pesanti: chi critica il regime viene bollato come complice del “regime sionista” e degli Stati Uniti. Una retorica che non lascia spazio al dissenso interno.
Secondo l’analista Vali Nasr, l’arresto della spina dorsale del Fronte Riformista svuota di ogni significato la presidenza di Pezeshkian, riducendola a un involucro formale senza reale potere di manovra. Con l’opposizione interna annientata e i leader in carcere, il futuro politico dell’Iran sembra scivolare sempre più verso un isolamento autoritario, dove il prezzo della verità continua a essere pagato con la libertà e con il sangue.





