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Intelligenza artificiale, il caso Marghera mette paura ai lavoratori

Primaonline offre un interessante spunto di riflessione sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro prendendo spunto dal caso di Marghera.

Trentasette persone non sono una statistica ma sono lavoratori che fino a pochi giorni fa avevano un impiego e che ora si trovano a fare i conti con una riorganizzazione costruita attorno all’intelligenza artificiale. InvestCloud, gruppo californiano attivo nella tecnologia finanziaria, ha comunicato a sindacati e Confindustria la chiusura della sede veneziana di Marghera — l’unica in Italia — con licenziamento collettivo di tutti i dipendenti. Motivazione ufficiale si basa sul nuovo modello operativo del gruppo, basato su piattaforme AI integrate, che non è compatibile con il mantenimento di strutture locali autonome.

La notizia ha avuto risonanza perché rende concreta una paura che circola con crescente insistenza nel mondo del lavoro e che gli economisti chiamano FOBO, fear of becoming obsolete. La paura di diventare improvvisamente inutili perché una macchina è in grado di fare il proprio lavoro.
Non è una paura astratta, diciamolo ed i dati più aggiornati non la ridimensionano anzi al contrario aiutano a capire quanto potrebbe crescere.

L’Anthropic Economic Index — progetto con cui la società che sviluppa il modello Claude , che mi sta supportando per scrivere questo articolo, analizza milioni di interazioni professionali collegandole alle attività classificate nel database O*NET del Dipartimento del Lavoro statunitense — fotografa una trasformazione in corso e in accelerazione.

Nel febbraio 2025, circa il 36% delle professioni utilizzava strumenti di intelligenza artificiale per almeno un quarto delle proprie attività. Nel gennaio 2026, quella quota era già salita al 49%.
La crescita è rapida ed il dato più rilevante è un altro ovvero gran parte di ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare non è ancora stata integrata nei processi di lavoro reali.

La tecnologia, in molti casi, è già pronta e sono le organizzazioni ad andare più lentamente.
Lo conferma anche il modo in cui l’IA viene utilizzata infatti il quarto rapporto dell’Index, pubblicato a gennaio 2026 su dati di novembre 2025, evidenzia che il 52% degli utilizzi è classificato come augmentation — collaborazione tra persona e macchina — e il 45% come automazione vera e propria. Per ora, insomma, l’intelligenza artificiale accelera soprattutto alcune fasi del lavoro quali ricerche, sintesi, bozze, analisi preliminari ma il passaggio decisivo arriva quando le aziende la integrano direttamente nei propri sistemi operativi. E lì il quadro cambia perché le imprese che utilizzano l’intelligenza artificiale mostrano livelli di automazione molto più alti, concentrati su attività digitali specifiche. Il limite non è più tecnologico ma e’ organizzativo — processi da riprogettare, responsabilità da ridefinire, sistemi da integrare. Quando questo passaggio avviene, la velocità può cambiare in fretta.
È in questo contesto che il caso di Marghera assume un significato più ampio perché non dimostra che l’intelligenza artificiale stia già sostituendo il lavoro su larga scala ma indica cosa può accadere quando un’organizzazione decide di ridisegnare il proprio modello operativo attorno a queste tecnologie. Se il ritardo organizzativo che oggi frena l’adozione dovesse ridursi, episodi simili potrebbero moltiplicarsi.
Non perché tutte le attività diventino improvvisamente automatizzabili ma perché una parte molto più ampia del lavoro è tecnicamente già esposta alla trasformazione.
Il vero tema non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro manquanto velocemente le organizzazioni sceglieranno di colmare la distanza tra ciò che la tecnologia può fare e il modo in cui il lavoro è organizzato oggi e quale sarà il ruolo e l’utilizzo della intelligenza umana

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