Intelligenza artificiale, a tutti non piace e partono le azioni legali
All’intelligenza artificiale ognuno fa la sua battaglia. L’ultima in ordine di tempo è quella della storica Encyclopaedia Britannica e del dizionario Merriam-Webster che hanno citato in giudizio OpenAI accusando la società guidata da Sam Altman di aver copiato quasi 100mila articoli per addestrare i suoi modelli di IA. Lo scrive StartMag.
Il procedimento si aggiunge a quello già avviato sempre da Britannica contro Perplexity AI e a un numero crescente di azioni legali per violazione del copyright promosse da editori, autori e organizzazioni giornalistiche contro le aziende di IA.
Secondo la denuncia depositata a Manhattan, OpenAI avrebbe utilizzato articoli online, voci enciclopediche e definizioni di dizionario di Britannica senza autorizzazione, e ChatGpt produrrebbe risposte “quasi letterali” di interi passaggi delle opere protette. Britannica sostiene inoltre che il chatbot “sostituisce o compete direttamente” con i contenuti dei suoi siti, sottraendo traffico e ricavi da abbonamenti e pubblicità. La società accusa anche OpenAI di violazione del Lanham Act, sostenendo che l’azienda attribuisca falsamente all’editore contenuti inventati generati dall’IA.
In risposta, OpenAI ha detto che i suoi modelli “favoriscono l’innovazione, sono addestrati su dati pubblicamente disponibili e rispettano il principio di fair use”. Britannica, intanto, ha chiesto un risarcimento economico non specificato e un’ingiunzione per fermare le presunte violazioni.





