Il voto non è una cambiale e la democrazia dell’ascolto va adottata ogni giorno
Che le leggi dell’economia abbiano finito per sovrastare quelle della politica, ormai non sorprende più nessuno. Ma che il voto, strumento principe dell’esercizio democratico, sia assimilato al meccanismo di una cambiale è una novità interessante. Lo scrive Stefano Fabbri sul Corriere Fiorentino a proposito del dibattito sulle trasformazioni urbanistiche di Firenze. Scrive: L’ex sindaco Dario Nardella lo suggerisce quando liquida la discussione pubblica in corso sulle scelte urbanistiche, ricordando che il giudizio sul tema lo hanno dato gli elettori per ben tre volte quando hanno scelto di eleggere lui sindaco per due mandati e per uno la sua ex assessora Sara Funaro. Quindi, come dire, c’è poco da lamentarsi e casomai attendete la scadenza della cambiale quinquennale in corso per pronunciarvi, se si va, in modo diverso. A dire il vero è difficile rintracciare nei programmi elettorali del doppio mandato di Nardella tracce di prevedibilità dei (finora) 12 studentati quasi tutti di lusso, della realizzazione di cubi neri, di rigenerazioni (o degenerazioni) urbane fatte di torri che «staccano» la luce naturale agli abitanti attorno, neanche avessero dimenticato di pagare la bolletta al sole, e di politiche che avrebbero trasformato Firenze come una delle città più care e meno accoglienti d’Italia per viverci. Ma identica osservazione vale per i programmi del suo predecessore, Matteo Renzi. Il vecchio cronista ricorda più facilmente campagne elettorali in cui le principali parole d’ordine erano quelle del ritorno di residenza e funzioni nel centro storico.


