#CULTURA

Il tramonto del passato, non si studia la storia nella società contemporanea

di Roberto Pizzi.

Recentemente è stato pubblicato un libro di Giovanni Belardelli  dal titolo Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea (2025), col quale si denuncia l’abbandono virtuale dell’insegnamento della Storia nelle società occidentali, dove si vive solo nel presente, nell’ignoranza crescente, cancellando il ricordo, vergognandosi anche del nostro passato più virtuoso che ci ha portato, con fatica, alla democrazia. Tutto ciò con un odio  del quale èresponsabile una parte della scuola che non impedisce ai “guerrieri della cultura” di attribuireall’Occidente la colpa di tutti i mali odierni. Nel nostro ambito ristretto, proviamo allora a reagire a questa deriva, tenendo acceso il ricordo di una fase storica  della nostra Lucchesia che dette  molti patrioti al Risorgimento:  chi  più rivoluzionario, chi più  moderato (incluso anche diversi religiosi). Un quadro più ampio sarà fornito con altri articoli che seguiranno. In questa sede  mi limito aricordare  alcuni  membri della famiglia Giorgini (originaria di Montignoso, ora in provincia di Massa Carrara), la quale  ebbe (a partire dalla metà del ‘700)  un ruolo importante nella Repubblica Aristocratica di Lucca. La sua storia proseguirà nella fase dell’epopea garibaldina, nel periodo postunitario e negli eventi del XX secolo, fino all’epoca contemporanea.  

Calati appieno nella fase cruciale del Risorgimento, a partire dalla “spedizione dei Mille” furono, in particolare: Giorgio, e Giovan Battista .

Giorgio (1816-1894) intraprese la carriera militare e partecipò alla I Guerra d’Indipendenza, come ufficiale dell’esercito toscano, poi fu comandante dei Presidi di Orbetello e rifornì i garibaldini, in viaggio per  la spedizione in Sicilia, di due cannoni del forte di Talamone: “due pezzi da campagna, due cannoni di bronzo con la data di fusione e il nome di battesimo incisi sulla culatta: 1802, Ardito e Gioioso”. Per tale azione fu incarcerato il 14 maggio 1860, processato e poi assolto per interessamento dello stesso Garibaldi.  

Giovan Battista (1818 – 1908), definito “giovane di grande ingegno, benché d’idee un po’ troppoavanzate”, fu precoce professore di diritto all’Università di Pisa e Siena. Si ricorda di lui la suaampia cultura che lo vide anche fine letterato, autore di scritti che destarono l’attenzione di Giuseppe Mazzini. Nel 1846  pubblicò una difesa dei diritti del popolo ebreo e nel ‘47 fondò  il giornale “L’Italia”. Precursore dell’ideale unitario, collaborò con Ricasoli e  con Cavour ed ebbe rapporti con i maggiori personaggi della sua epoca, tra i quali il Manzoni, sposandone, nel 1846, la figlia Vittoria. Nel 1848 partecipò alla I Guerra d’Indipendenza, come comandante del Primo Battaglione universitario pisano. Fu deputato al primo parlamento italiano e relatore  di vari disegni di legge,  fra i quali, a suo disdoro, quello relativo alla Tassa sul macinato. Addirittura, per l’applicazione ed il calcolo preciso dell’odioso balzello aveva inventato e fatto costruire un apposito contatore meccanico. Più prestigio alla sua memoria gli venne, invece,  dal ruolo di relatore della legge n. 4671 del 17 marzo 1861 (del parlamento ancora piemontese) che attribuiva a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d’Italia. Il 21 aprile 1861 questa legge diventava la n. 1 del nuovo stato unitario.

Come noto l’impresa garibaldina non esauriva il percorso di unificazione italiana, ma il nostro Risorgimento  fu ugualmente un grande moto di risveglio morale e di esaltazione civile che cercò di imprimere alla gracile democrazia speciali tratti di umanesimo laico. Se si prescinde dal grande tema istituzionale della Repubblica (idea-forza comunque concretizzatasi nel 1946) che ebbe ancora in Mazzini il suo infiammato profeta, il primo decennio post-unitario fu un continuo fermento di istanze e rivendicazioni emancipatrici ed umanitarie: abolizione della pena di morte, liberazione degli israeliti dai ghetti, giurie popolari, riforme penitenziarie, limitazione degli orari di lavoro, garanzie igieniche e di sicurezza nelle fabbriche, legislazione sociale, ecc. 

Poi,  attraverso un complesso travaglio, si posero le fondamenta per uno sviluppo economico moderno, scavando gallerie e allungando le ferrovie che dovevano  cucire lo stivale, effettuando  le transizioni dai 15 mila telai meccanici del 1876 ai 120 mila del 1914, dai primoforni  Coke ai Martin-Siemens.  Purtroppo molte generazioni pagarono il prezzo del travaglio di questo sviluppo, fino ai tempi della crisi agraria e delle grandi migrazioni transoceaniche, con un percorso difficoltoso, ostacolato anche dall’ostilità della Chiesa all’unificazione del Paese, attenuatosi solo nel 1913 con il cosiddetto Patto Gentiloni. Non giovò la carenza di una classe imprenditoriale illuminata, né  l’interpretazione gramsciana del Risorgimento quale “rivoluzione agraria mancata”, tesi confutata da successivi studi storiografici meno ideologici che convennero sull’ idea che una rivoluzione agraria in Italia, stante le basi di arretratezza strutturale, avrebbe obbedito a concezioni assai più giacobine che marxiste (come quelle volute da Gramsci) e favorito piuttosto la piccola proprietà contadina e l’auto-consumo, invece della formazione di un mercato omogeneo necessario all’industrializzazione del Paese.Le due guerre del XX secolo frenarono lo sviluppo ed il disastro della  II Guerra mondiale fu sanato grazie agli aiuti americani, alla liberalizzazione del commercio con l’estero degli anni Cinquanta, alla volontà ed alla fantasia italiana, che permisero all’economia il “miracolo economico” degli anni ‘60. 

Concludo questa parziale rassegna con il nome di Giovanni Battista (1898-1971), il quale ci fa concentrare  sull’Italia degli anni ’50 del secolo scorso e  sui rapporti con gli Stati Uniti d’America, la lungimiranza dei quali, allora,  permise il riscatto dalla miseria del nostro Paese, dell’Europa e del Giappone.  Giovanni Battista fu volontario nella Prima Guerra Mondiale, nella tradizione volontaristica della famiglia. Ma è da ricordare particolarmente per il contributo che dette alla nascita del Made in Italy. Veniva chiamato in famiglia “Bista”, come il suo avo ottocentesco e sulla scia paterna si occupò delle aziende di famiglia. Sviluppò l’attività di esportazione del marmo lavorato e comprese che la valorizzazione dell’artigianato italiano era un modo per fare apprezzare il nostro Paese nel mondo. Nel 1922 si spostò quindi a Firenze e due anni dopo partì per il suo primo viaggio di affari negli USA dove partecipò alle due grandi Esposizioni internazionali di St. Louis (1904) e San Francisco (1915), che furono “vetrine” per le nostre aziende della Manifattura di Signa, della Richard Ginori di Doccia, della Cantagalli di Firenze, di quelle dellepaglie e della pelletteria fiorentina, dell’ alabastro di Volterra. Con l’ improvvisa crisi americana del ‘29 gli ordini cessarono di colpo, ma i debiti verso i fornitori furono onorati.  Inizialmente “Bista”  aveva guardato al Fascismo con una certa fiducia, ma  le crescenti restrizioni imposte dalla dittatura si scontrarono con le sue convinzioni personali. Il cattolicesimo “manzoniano” dei suoi antenati si era mescolato con l’osservanza valdese dovuta all’origine svizzera della madre. La sua profonda religiosità aveva un carattere molto aperto. Inoltre “Bista” apparteneva a quell’ambiente internazionale dove cattolici, protestanti ed ebrei convivevano, spesso intrecciando rapporti di parentela. Come ad esempio nel caso dei Passigli, cugini dei Giorgini attraverso i Rochat. Liberata la città, fu incaricato di aprire l’Allied Force Gift Shop, il negozio riservato alle truppe americane, in via dei Calzaiuoli,  avendo cura di dare lavoro agli artigiani. La tipologia dei prodotti offerti era quella tipica fiorentina, per la pelletteria era presente la ditta Gucci. Con la fine della guerra “Bista” riprese i suoi contatti esteri, e da  abile imprenditore nel febbraio del 1951, intuendo il potenziale del settore, iniziò ad organizzare sfilate di moda nella sua residenza fiorentina,   in competizione con l’haute couture parigina. Dal luglio del 1952 presero il via a Palazzo Pitti due sezioni di sfilate annue per anticipare quelle delle case di moda francesi. Una giovane Oriana Fallaci ne raccontò la cronaca sulle pagine del settimanale “Epoca”. Altri importanti eventi mondani furono organizzati al Giardino di Boboli, facendo parlare di “Bista” Giorgini, negli anni della ricostruzione, come un “ambasciatore del Made in Italy” e come un “padre della moda italiana”. Giorgini lavorò fino al 1971, anno della sua scomparsa.

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