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Il Sì di Mojtaba, il filo rosso tra Teheran e Mar-a-Lago

Ariel Piccini Warschauer.

Il segnale è arrivato lunedì, nel momento di massima tensione, quando i motori dei bombardieri americani erano già caldi e le coordinate degli obiettivi iraniani già caricate nei sistemi di puntamento. Per la prima volta dall’inizio delle ostilità, l’ordine non è stato di alzare il tiro, ma di chiudere. A darlo non è stato un diplomatico di carriera, ma l’uomo che oggi detiene le chiavi del potere assoluto a Teheran: la Guida Suprema Mojtaba Khamenei.

In un Medio Oriente che ha imparato a leggere i silenzi, il coinvolgimento diretto di Khamenei segna un punto di rottura con il passato. Nascosto per timore di un targeted killing israeliano, il leader ha gestito il dossier attraverso un sistema arcaico quanto efficace: note scritte e messaggeri fidati. Niente telefoni, niente intercettazioni.

Mentre Donald Trump, dalla Casa Bianca, usava la clava dei social media minacciando l’annientamento totale, nell’ombra si consumava una staffetta diplomatica frenetica. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha agito da perno, non solo trattando con i mediatori, ma compiendo l’operazione più difficile: convincere i falchi dei Pasdaran che la tregua non era una resa, ma una necessità tattica. Un suggerimento, pare, arrivato con discrezione anche da Pechino.

Il tavolo negoziale è stato un mosaico di attori apparentemente distanti: per il fronte americano Steve Witkoff, inviato di Trump, gestiva i “no” categorici alle bozze iniziali iraniane (definite “catastrofiche”), mentre il vice JD Vance tesseva la tela diplomatica dall’Ungheria. Il Pakistan ha giocato il ruolo di ufficiale di collegamento supremo. È stato il premier Shehbaz Sharif a bruciare tutti sul tempo, pubblicando i termini dell’accordo su X quando ancora al Pentagono regnava l’incertezza. Benjamin Netanyahu è rimasto in linea costante con Mar-a-Lago, oscillando tra la tentazione del colpo definitivo e la necessità di assecondare l’imprevedibilità del nuovo inquilino della Casa Bianca.

La dinamica degli ultimi minuti rivela il “metodo Trump”: una pressione psicologica portata al parossismo fino a un’ora prima del sì. Persino il suo staff era convinto che avrebbe ordinato l’attacco. Poi, il rapido giro di consultazioni con Netanyahu e il feldmaresciallo pakistano Asim Munir, e il post che ha fermato i cronometri della guerra.

Quindici minuti dopo il clic del Presidente, gli ordini di cessate il fuoco arrivavano ai comandi operativi. Teheran ha risposto riaprendo lo Stretto di Hormuz, seppur con la clausola del “coordinamento”. La tregua di due settimane è un guscio fragile, ma è il primo documento che porta l’impronta digitale della nuova era Khamenei e del ritorno di Trump. Resta da capire se sia l’inizio di una nuova architettura regionale o solo una pausa per ricaricare le armi.

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