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Il ruolo dei cattolici nel Risorgimento lucchese

di Roberto Pizzi.

Con questo secondo articolo continuiamo nel tentativo di tenere acceso il ricordo della fase storica  del Risorgimento, nell’ambito della Lucchesia, relativamente ai fermenti religiosi che attraversarono   gli anni in cui si fece l’Italia. Tratteremo del mito neoguelfo, rimandando ad altre puntate la presenza nei moti unitari di coloro che aderirono al Protestantesimo, accennando infinealla religiosità civile di Mazzini e dei suoi seguaci che non si arresero all’unificazione regia. 

Già la parola Risorgimento, del resto, ci richiama ad un concetto religioso: risurrezione; in questo caso di un popolo che si dava per morto nella corruzione, nel campanilismo, nella piccolezza morale e spirituale, nel provincialismo in cui si era lasciato scivolare il Paese. Per oltre due secoli, dall’inizio del ‘600 alla metà dell’800, l’Italia era diventata lo zimbello degli altri europei, una penisola dove le rovine della civiltà classica e i decadenti palazzi del Rinascimento facevano da sfondo alla rovina morale ed economica degli abitanti. Le monarchie regionali non avevano un futuro da offrire. Il paese era moralmente e spiritualmente mortificato sotto il controllo straniero e clericale, con la Chiesa che controllava il movimento delle idee e rappresentava da sola la più grande e al tempo stesso anche la più inefficiente potenza economica dell’intera penisola. L’economia languiva. Tuttavia, nelle nostre vicende risorgimentali, la tensione religiosa immessa nello sforzo per creare l’Italia unita non era stata del tutto negativa. Il  geografo Arcangelo Ghisleri, (Persico, Cremona, 1855 – Bergamo, 1938) una delle coscienze laiche e democratiche più nitide di fine Ottocento, mazziniano, massone,  mai dimostratosi anticlericale volgare e irreligioso,  ammoniva sul pericolo che poteva provocare l’indifferenza di certa borghesia tronfia di sé, che faceva sterile lotta ai sentimenti religiosi con lo scherno e l’invettiva. L’ indifferenza o il disinteresse sulla questione religiosa era da lui vista come  un grave errore, perché chi la riteneva trascurabile finiva per ignorare “le complesse e multiformi influenze che essa esercita(va) su tutte le classi, dalle povere alle ricche e dotte”. E tutti coloro che ostentavano boria e presunzione scientifica gli richiamavano alla mente lo scetticismo classico dei nostri illustri italiani del ‘500. “Scetticismo che però non impedì l’asservimento del pensiero e della politica al dispotismo spagnolo-papista: anzi i più scettici furono i più pronti e mansueti al giogo”.

Nella prima metà dell’Ottocento italiano i cattolici liberali trovarono iniziale incoraggiamento nel movimento politico che prese il nome di Neoguelfismo e si ispirarono ad una presunta funzione storica del papato nel Medioevo, riproposta come modello politico dell’organizzazione dello Statounitario da realizzare. Giovanni Spadolini   ha scritto che il cattolicesimo liberale era frutto di uno stato d’animo tutt’uno col Romanticismo, con la rivalutazione del Medioevo, con l’esaltazione della lingua nazionale, con l’amore della civiltà e della cultura. Di questa corrente ideale sarebbero state espressione l’opera  del Manzoni, del Rosmini,  del Tommaseo, del Gioberti. L’idea nazionale veniva intimamente connessa con la religione e  la patria era inconcepibile senza il Papato, ed è su questo aspetto che sorgeranno i contrasti del ’48 ed il fallimento politico del Neoguelfismo. 

Dopo il 1848, a seguito del fallimento del tentativo di conciliare l’esistenza del papato e il suo potere temporale  con le aspirazioni di libertà e di indipendenza diffuse in larghi strati dell’opinione pubblica, addirittura vi fu il rigetto da parte di molti cattolici del moto risorgimentale, visto come un aspetto di una più vasta e pericolosa rivoluzione. Da allora l’opposizione della Chiesa e di gran parte dei cattolici si fece sempre più aspra e intransigente, toccando il culmine dopo la costituzione nel 1861 dello Stato unitario, liberale e laico e per le sue conquiste territoriali attuate a danno della Santa Sede.

In quegli anni, però, non cessarono del tutto le manifestazioni di un clero e di un laicato cattolico che faceva atto di adesione allo stato nazionale e liberale, che presentava aspirazioni a una riforma della chiesa, che auspicava la rinuncia del papa al potere temporale. Ma l’8 dicembre 

1864  l’enciclica Quanta cura, che promulgava il Sillabo degli errori del tempo, condannava tutti i  principi fondamentali della civiltà liberale e ogni tentativo di conciliare il cattolicesimo e la chiesa con questa civiltà.  Il Sillabo assestò un colpo mortale al cattolicesimo liberale. L’occupazione italiana di Roma nel 1870 accentuò ulteriormente l’opposizione dei cattolici intransigenti e portò al definitivo prevalere del loro indirizzo nell’ambito del mondo cattolico. Pio IX rifiutò di accettare la legge delle Guarentigie e nel 1870 il Concilio vaticano definì il dogma della infallibilità personale del papa, che rafforzò la posizione del pontefice. Gli avvenimenti del 1870 affrettarono anche il costituirsi di un’ organizzazione generale degli  intransigenti, fondata poi nel 1875 a Firenze, con il nome di “Opera dei congressi e dei comitati cattolici”  che intendeva agire al di fuori del parlamento: suo principio fondamentale era l’astensionismo nelle elezioni politiche (non expedit), nettamente affermato come consiglio ai cattolici nel 1874 e tradotto in vero e proprio divieto con il decreto del Sant’ Uffizio del 1886. L’astensionismo non rappresentava soltanto la protesta degli intransigenti per l’avvenuta spoliazione dello Stato pontificio, ma intendeva anche sottolineare un distacco fra il paese legale che si esprimeva nel parlamento, e che costituiva un’esigua minoranza della popolazione, e il paese reale, che i cattolici pretendevano di rappresentare.

Nel panorama lucchese, il maggior interprete di questo movimento fu l’abate Matteo Trenta

nato  in località  Monti di Villa (Bagni di Lucca) il primo dicembre 1817. Morirà a Lucca, in Piazza del Giglio, il 19 marzo 1856. Ancora bambino perse il padre e venne affidato al Sacerdote Filippo Lippi, che fu suo tutore. Entrato  in Seminario a Lucca, il 27 dicembre del 1841 fu ordinato sacerdote. Continuò gli studi ed il 12 novembre 1846 si laureò in scienze fisico-matematiche. Ricoprì vari incarichi, fra i quali anche quello di Cappellano della milizia cittadina, con il grado di capitano. Combatté a Curtatone e Montanara e fu fregiato della medaglia al valore.

Per il numeroso drappello dei volontari lucchesi compose un inno, musicato da Giuseppe Rustici.

Il 28 settembre 1852 fu colpito da una malattia polmonare che lo costrinse al più assoluto riposo. Recuperò lentamente le forze fino al 1855 quando un nuovo attacco di tisi lo stroncò. Fu sepolto nella chiesa di San Francesco, a Lucca. 

Oltre a lui, rientrano in quella fase della grande febbre neoguelfa che percorse il paese, fra il 1846 e il 1848,  altri sacerdoti lucchese. Uno di questi era Padre Gioacchino Prosperi,  la cui famiglia ebbe agganci con Bagni di Lucca. Era nato nel capoluogo, in via Fillungo, il 26 luglio 1795.  Era di estrazione nobiliare e fu amico della contessa Bianucci, cugina di Alessandro Manzoni. Nel corso della sua vita Prosperi fu sempre legato alla figura del grande scrittore. 

Sacerdote d’impronta liberale, con un suo tortuoso percorso di vita, fu spesso in Corsica, dove si dice venisse affiliato ad una Loggia massonica, tanto da essere definito in alcuni documenti

come “padre Muratore”. Con gli ambienti curiali della sua città Prosperi mantenne sempre rapporti conflittuali e fu uno dei pochi sacerdoti lucchesi a votare l’adesione al Piemonte nella primavera del 1859.  Amico di Prosperi   fu un altro religioso lucchese, il frate Francesco Giambastiani, che insieme lui, nel 1846, scampanò in Lucca quando il duca Carlo Ludovico abolì la pena di morte.  Nel 1848 partecipò assieme al fratello Pietro alla prima guerra d’indipendenza sui campi di Curtatone e Montanara, insieme a Matteo Trenta. 

Un altro sacerdote lucchese liberale, fu Romualdo Volpi, il quale approdò alle idee giobertiane, ma che nella sua esistenza conobbe fermenti protestanti.

Nacque a Lucca il 28 giugno 1821. Nel  Plebiscito Toscano del 1859 sosterrà l’ Unione col Piemonte ed il suo entusiasmo andrà prioritariamente a Vittorio Emanuele II, passando per Garibaldi e  Cavour. Per il futuro auspicava un allargamento dei valori democratici, sotto un solo sovrano e sotto una sola Legge costituzionale. Nel 1860 la tipografia Balatresi di Lucca pubblicherà un suo scritto di quell’anno nel quale accoratamente invitava il pontefice a far cessare il potere temporale del papato, causa dell’antagonismo tra trono e altare.

(continua)

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