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Il Rambo che ha detto no a Donald: la solitudine di Joe Kent tra droni e palazzi

Ariel Piccini Warschauer.

Nelle stanze dove si decidono le coordinate dei droni e i target dei raid chirurgici, il silenzio è solitamente la regola d’oro. Ma quando a parlare è l’uomo che per vent’anni ha vissuto nell’ombra delle operazioni speciali, il rumore diventa assordante. Joe Kent, l’ormai ex capo del Centro Nazionale Antiterrorismo USA (NCTC), ha rassegnato le dimissioni sbattendo la porta di un’amministrazione che sembra aver smarrito la bussola della strategia per inseguire le sirene di una nuova, devastante guerra regionale.

Un guerriero forgiato nel sangue

Kent non è il classico analista da ufficio climatizzato di Langley o Arlington. La sua è una storia scritta con il sudore dei Green Berets, i Berretti Verdi e il sangue dei reparti d’élite. Con undici missioni tra Iraq e Afghanistan, Kent appartiene a quella generazione di giovani ufficiali che ha visto fallire sul campo le dottrine del “Nation Building” tanto care alle amministrazioni americane.

Ma il suo è anche un dramma shakespeariano: la morte della moglie Shannon, colonna portante dei reparti Cripto della Marina, uccisa in Siria nel 2019, lo aveva inizialmente spinto verso il radicalismo populista. Sembrava il perfetto alleato per un’America che voleva chiudere i conti con il mondo. Invece, Kent si è rivelato l’opposto: un realista brutale che si rifiuta di sacrificare altre vite per un conflitto contro l’Iran che giudica privo di obiettivi strategici chiari e a lungo termine.

La frattura con il Pentagono

Il punto di rottura non è ideologico, ma tattico e operativo. Kent accusa apertamente i vertici dell’amministrazione Trump di essere caduti nella trappola di una “disinformazione strategica” orchestrata da lobby esterne e falchi della sicurezza. Per chi, come lui, ha diretto l’antiterrorismo, l’attacco all’Iran non è una mossa di difesa, ma un errore di calcolo che rischia di incendiare l’intero Golfo Persico, esponendo le portaerei USA — come la USS Ford, già in difficoltà logistica — a una pioggia di missili e droni suicidi dei Pasdaran.

L’irregolare che spaventa la destra

Politicamente, Kent è un’anomalia. Ha attraversato il libertarismo e il radicalismo di “America First”, ma oggi si ritrova a essere il riferimento di quella destra populista alla Maga che non vuole più morire per Teheran o Damasco. “Possiamo ancora invertire la rotta”, ha scritto nel suo ultimo messaggio a Trump.

Ma mentre le unità mine-countermeasures come la USS Tulsa e la USS Santa Barbara puntano verso lo Stretto di Hormuz per sfidare le mine iraniane, l’appello di Kent risuona come l’ultimo avvertimento di un veterano che sa distinguere tra una vittoria militare e un insuccesso geopolitico.

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