Il piano segreto di Netanyahu a sei giorni dall’abisso
Ariel Piccini Warschauer.
Esiste un documento, rimasto per oltre un anno protetto nelle casseforti dell’intelligence, che oggi pesa come un macigno sulla ricostruzione storica della vigilia del 7 ottobre. È un sommario classificato, datato 1° ottobre 2023. Sei giorni prima che il mondo cambiasse per sempre, mentre i commando di Hamas e della Jihad islamica ultimavano i preparativi per l’invasione del Negev, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu firmava una direttiva che oggi suona come una tragica beffa del destino: «Raffreddare i fronti con i palestinesi».
Il verbale, svelato da un’inchiesta di Channel 12, cristallizza quella che in Israele chiamano la “Concepzia: l’illusione collettiva che il movimento islamista fosse ormai «addomesticato», più interessato ai dividendi economici e ai traffici finanziari che al jihad e ad azioni terroristiche contro Israele.
La riunione nel bunker
L’incontro avviene a Gerusalemme, nel cuore del potere decisionale, all’ interno di un bunker dello Shin Bet Israel, i servizi segreti interni israeliani. Intorno al tavolo siedono i vertici dell’apparato di sicurezza: David Barnea (Mossad), Ronen Bar (Shin Bet), il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e l’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant. L’ordine del giorno, paradossalmente, non è l’imminente minaccia proveniente dal Sud, completamente ignorata dal Primo Ministro, ma la stabilità necessaria a chiudere lo storico accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita, il grande sogno diplomatico del Premier. Netanyahu è categorico. I suoi obiettivi sono tre: mantenere la calma, neutralizzare i tentativi di escalation e proteggere i canali diplomatici con la penisola arabica. Per farlo, istruisce i vertici della sicurezza a promuovere un «arrangiamento civile» con Hamas, utilizzando gli aiuti umanitari come leva politica. In sintesi: più permessi di lavoro, più merci, meno tensioni. Una strategia di «gestione del conflitto con i palestinesi» che si è rivelata il paravento perfetto dietro cui Hamas ha costruito il suo cavallo di Troia per invadere da Sud Israele e massacrare la popolazione civile israeliana.
Il giallo degli omicidi mirati
C’è però un dettaglio che brucia tra le righe del verbale. Nonostante l’ordine di normalizzare i rapporti, Netanyahu accenna alla necessità di mantenere comunque alta la capacità operativa per portare a termine eventuali omicidi mirati. Tuttavia, fonti della sicurezza citate nell’inchiesta lanciano un’accusa pesantissima: il Premier avrebbe ripetutamente ignorato, nei mesi precedenti, le raccomandazioni specifiche dei servizi, e in particolare del Mossad, per eliminare Yahya Sinwar, l’architetto del massacro del 7 Ottobre.
Le parole conclusive di Netanyahu in quel 1° ottobre sono un elogio ai corpi di sicurezza per la «calma preservata durante le festività». Una calma che, nelle stesse ore, i droni di Hamas stavano già mappando per distruggerla.
Guerra di fango e protocolli
La pubblicazione di questa documentazione ripresa dalle reti televisive israeliane non è un mero esercizio accademico o giornalistico, ma l’ultimo atto di una violentissima battaglia politica tra l’ufficio del Premier e l’apparato militare. L’ex ministro Gallant ha accusato apertamente Netanyahu di «voler modificare la percezione degli eventi», manipolando a proprio uso e consumo i verbali per scaricare le colpe sui generali e apparire come l’unico leader lungimirante, capace di vincere la battaglia contro i terroristi di Hamas.
Intanto, alti ufficiali dello Shin Bet e dell’IDF, protetti dall’anonimato, parlano di «danni irreversibili» causati da un uso strumentale di questi documenti segreti. La realtà che emerge è sconsolante: è la conferma documentale di una classe dirigente che ha guardato verso Riad mentre il lupo era già sulla soglia di casa pronto a fare a pezzi cittadini inermi.
Il peso della responsabilità
Mentre Israele prosegue le indagini sul più grande fallimento dell’intelligence interna dalla sua fondazione, i documenti diffusi dalla stampa israeliana sono la prova evidente di una scommessa persa: l’idea che il pragmatismo economico alla Trump possa domare il fanatismo ideologico.
Sei giorni dopo quel verbale, i «fronti» non si sono raffreddati. Sono esplosi, portando con sé la fine di un’epoca e la sicurezza di un intero popolo.


