Il Pentagono e l’enigma Iran, un gigante che non è ancora al collasso
Ariel Piccini Warschauer.
La guerra delle ombre è diventata un conflitto a cielo aperto, ma la nebbia che avvolge i reali effetti dell’Operazione Epic Fury non si è ancora diradata. A Washington, davanti al Comitato d’Intelligence del Senato, Tulsi Gabbard Direttrice dell’Intelligence Nazionale (DNI) ha tracciato il primo bilancio pubblico di tre settimane di raid congiunti tra Stati Uniti e Israele. La fotografia che ne emerge è quella di un regime ferito, “degradato” nelle infrastrutture, ma tutt’altro che al collasso. Un gigante che, pur sotto il peso delle bombe, mantiene intatti i terminali nervosi necessari per attivare i suoi “proxy” e colpire gli interessi occidentali nel Golfo.
L’audizione del DNI (Director of National Intelligence) è stata un esercizio di equilibrismo tattico. Da un lato, la necessità di rivendicare il successo della campagna aerea; dall’altro, l’ammissione implicita che la macchina bellica iraniana – basata su una dottrina di difesa asimmetrica – è estremamente difficile da sradicare. Non sono bastati i missili stand-off e le incursioni dei caccia di quinta generazione per azzerare la minaccia. L’Iran, ha spiegato Gabbard, è ancora in grado di proiettare forza distruttiva attraverso i suoi sciami di droni e i suoi arsenali missilistici, pronti a una ricostruzione che potrebbe durare anni ma che appare inevitabile se il regime sopravviverà politicamente.
Ma il fronte più caldo, per l’amministrazione Trump, non è solo quello di Teheran. È quello interno. Le dimissioni shock di Joe Kent, capo del Centro Nazionale Antiterrorismo e figura vicinissima alla Gabbard, aprono una falla profonda nel muro di gomma della Casa Bianca. Kent, un veterano che conosce bene il prezzo del sangue in Medio Oriente, ha messo nero su bianco il sospetto che agita i corridoi di Langley e di Fort Meade: questa non sarebbe una “guerra di necessità” per la sicurezza nazionale americana, ma un conflitto accelerato dalle pressioni di Bibi Netanyahu.
C’è poi il giallo del nucleare iraniano. Le discrepanze tra i rapporti scritti e le dichiarazioni orali della Gabbard suggeriscono una confusione informativa che preoccupa i senatori. Se a giugno l’arricchimento sembrava “obliterato”, oggi l’intelligence ammette che Teheran sta già provando a riparare i danni. È il gioco del gatto e del topo che si sposta dalle centrifughe ai crateri lasciati dalle bombe.
Mentre il senatore Tom Cotton blinda la linea presidenziale, i democratici sollevano il velo sulle omissioni di Donald Trump. Il tycoon avrebbe ignorato i warning dei suoi analisti sulla chiusura dello Stretto di Hormuz e sulle ritorsioni contro i partner arabi, preferendo la narrazione della “sorpresa”.
La realtà descritta dalla Gabbard è però un’altra: l’Iran è un sistema resiliente che ha imparato a sopravvivere sotto pressione. L’operazione Epic Fury ha accorciato i tempi della reazione, ma non ha risolto l’equazione. Il rischio, ora, è che dopo i fuochi d’artificio della tecnologia bellica resti sul campo un conflitto di logoramento, con i mercati energetici in ostaggio e un’amministrazione che, per la prima volta, vede i suoi fedelissimi abbandonare la nave proprio mentre il mare si fa sempre più agitato.






Solo tu e Andrea Lombardi avete una visione così scevra dalla propaganda delle varie parti, su quanto sta accadendo. La gente non capisce che in una guerra si può vincere perdendo e viceversa. E che comunque sia, esistono obiettivi diversificati. Non si può dare una lettura semplicistica, non è tutto calcio e schedina. Grazie per il tuo lavoro