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Il mosaico di Teheran, la nuova dottrina dell’Irgc sfida i raid di Usa e Israele

Ariel Piccini Warschauer.

Nel silenzio teso di una Teheran che attraversa il suo momento più buio dalla rivoluzione del 1979, il potere non svanisce: si frammenta. Dopo la scomparsa dell’Ayatollah Ali Khamenei e sotto la pressione dell’operazione Epic Fury, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha attivato il protocollo della “difesa a mosaico”. Non è solo una riorganizzazione militare; è una mutazione genetica della catena di comando pensata per rendere l’Iran un bersaglio impossibile da decapitare.

La strategia del comando liquido

La dottrina, studiata per quasi vent’anni analizzando i fallimenti dei regimi autoritari del passato, da Saddam Hussein a Gheddafi, poggia su un pilastro inquietante: la decentralizzazione estrema. Se la “testa” a Teheran viene colpita, il corpo deve continuare a combattere. Oggi, questo significa che ufficiali di medio rango, colonnelli e comandanti di brigata nelle province più remote, hanno ricevuto l’autorità formale di lanciare attacchi di ritorsione indipendenti.

Fonti di intelligence suggeriscono che ogni unità è stata trasformata in una cellula autonoma, dotata di droni e missili, capace di agire senza attendere l’ordine del quartier generale di Sarallah. È la risposta di Teheran ai targeted killings israeliani: eliminare un generale non ferma più l’ingranaggio, lo moltiplica.

L’ombra della successione

Mentre l’Assemblea degli Esperti si avvita in una complessa transizione politica che vede il figlio di Khamenei, Mojtaba, come figura centrale ma ancora non ufficializzata, l’IRGC ha di fatto preso le redini del Paese. Il Ministro degli Esteri Araghchi descrive una struttura che opera in “isolamento funzionale”, un eufemismo per indicare che il potere militare gode ormai di un’autonomia quasi totale rispetto alla politica formale.

Il rischio per la stabilità regionale è senza precedenti. Se il comando è “liquido”, la possibilità di un errore di calcolo o di un’iniziativa individuale che trascini l’intera regione in un conflitto totale diventa altissima. Le “sorprese strategiche” minacciate contro le sedi diplomatiche israeliane e le basi americane non sono più solo retorica da parata, ma ordini già delegati a chi ha il dito sul grilletto nei bunker sotterranei del deserto iraniano.

Un nemico senza volto

Per Washington e Gerusalemme, la sfida si fa asimmetrica. Colpire il vertice non garantisce più la resa del nemico. Al contrario, la frammentazione del comando rende la diplomazia quasi impossibile: con chi negoziare un cessate il fuoco se ogni unità può agire per conto proprio?

In questo scenario, la “difesa a mosaico” trasforma l’Iran in un organismo resiliente e imprevedibile. La morte della Guida Suprema non ha portato il collasso sperato da alcuni analisti occidentali, ma ha liberato una forza militare acefala, pronta a colpire nell’ombra di una transizione che appare ogni giorno più marziale.

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