Il missile degli ayatollah che ha sbriciolato il sogno di una routine
Ariel Piccini Warschauer.
L’odore non lo dimentichi. È quel misto acre di polvere di cemento, esplosivo ad alto potenziale e plastica bruciata che ti resta incollato ai vestiti anche dopo giorni. A Ramat Beit Shemesh, quartiere dove il silenzio della preghiera è stato squarciato dal boato del metallo iraniano, la guerra non è più un titolo sui giornali o un ronzio lontano di droni. È una voragine profonda cento metri, dove prima sorgeva una sinagoga.
Il 1° marzo il regime di Teheran ha deciso di alzare la posta. Un missile balistico, mezza tonnellata di esplosivo nel musetto, ha bucato lo scudo dei cieli israeliani schiantandosi su un quartiere civile. Il bilancio è quello di un piccolo eccidio: nove morti, venti feriti, una comunità sventrata. Ma i numeri, come dico sempre, non raccontano mai l’anima di chi resta tra le macerie.
Nel limbo degli hotel
Oggi, oltre mille sfollati vivono in un limbo dorato ma amaro negli alberghi di Gerusalemme. Ho visto scene simili a Kabul, a Baghdad, nei sobborghi di Kiev. Famiglie intere ammassate nelle hall dei grandi hotel, circondate da valigie fatte in fretta e furia e dai frammenti di una vita che non esiste più.
«Eravamo in nove nel rifugio, il mamad», mi racconta una donna con lo sguardo perso nel vuoto. «L’onda d’urto ci ha sollevati da terra. Quando siamo usciti, la casa non c’era più. Solo schegge di vetro e l’urlo dei vicini». È la solita, tragica musica della guerra: un istante prima sei a tavola, quello dopo sei un profugo in cerca di un paio di scarpe.
La macchina della resilienza
A differenza però della confusione che regnò dopo il tragico 7 ottobre, stavolta la macchina dello Stato non è rimasta a guardare. Negli hotel di Gerusalemme, come il Prima Park, la hall è diventata un ufficio di frontiera. Ci sono assistenti sociali, medici, funzionari del fisco che cercano di quantificare l’inquantificabile: il costo di una casa polverizzata.
Chen Derech Tirosh, un’assistente sociale che non dorme da giorni, mi spiega che il trauma corre sotto la pelle. Molti hanno le orecchie che fischiano: è il “barotrauma”, il bacio mortale dell’esplosione che ti rovina l’udito. Ma il vero danno è quello invisibile. «Ci sono bambini che non si staccano più dai genitori – dicono gli psicologi – e adulti che continuano a raccontare la stessa scena, come un disco rotto».
Non chiamatela vacanza
«Non siamo qui in ferie», sbotta Haim Malkubi, il direttore dell’hotel che ha trasformato la sua struttura in un avamposto umanitario. E ha ragione. Chi mangia il cibo del buffet dell’albergo non sente il sapore delle pietanze, ma l’amaro di non sapere dove dormirà tra un mese.
Eppure, in questo sfacelo, la vita prova a riprendersi i suoi spazi. C’è stata una festa di Bat Mitzvah per una ragazzina, Liraz, organizzata tra i divani della reception con l’aiuto dei volontari. Una piccola luce nel buio della regione.
L’Iran ha colpito duro, cercando di piegare la fibra di questo popolo colpendo nel mucchio, tra le panche di una sinagoga e i rifugi dei condomini. Ma tra i corridoi degli hotel di Gerusalemme, nonostante il dolore e le case ridotte a scheletri di cemento, la sensazione è che Teheran abbia fatto male i conti. Qui nessuno ha intenzione di restare nel limbo per sempre.





