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Il giorno in cui lo Stato è caduto a terra

Sabato nero. Il filo che lega Minneapolis a Torino è più solido di quanto appaia a prima vista. In entrambi i casi, lo Stato viene colpito nel suo simbolo più esposto: l’uomo in divisa. A Minneapolis, agenti paramilitari hanno aggredito immigrati irregolari e cittadini capitati lì per caso, dando luogo a scene disumane culminate nella morte di una giovane madre e di un infermiere. A Torino, durante una manifestazione, sono stati aggrediti i poliziotti. Chiamarli “manifestanti” è una forzatura lessicale. Coloro che, armati di bastoni e martelli, con il lancio di sassi e ordigni incendiari, hanno colpito brutalmente un agente a terra — mentre tentava di rialzarsi per sfuggire all’aggressione — non esercitavano alcun diritto costituzionale. Quelle immagini, il poliziotto piegato in due, colpito con calci e martellate, rappresentano una scena senza precedenti nella storia repubblicana recente. La manifestazione era stata organizzata dai reduci del centro sociale Askatasuna, chiuso dal Ministero dell’Interno. Con il pretesto della protesta contro la chiusura, si è messa in moto una mobilitazione nazionale e internazionale.

Come da copione, non potevano mancare i Black Bloc. La cifra dell’evento era chiaramente eversiva: non protesta, ma sfida allo Stato. Il paradosso più inquietante è la presenza, in quel contesto, di eletti del Comune di Torino, della Regione Piemonte, di parlamentari e della CGIL. Tutti soggetti che avrebbero potuto — e dovuto — evitare di partecipare, sapendo a priori che l’iniziativa era segnata da una forte impronta antagonista e violenta. La responsabilità politica, in questi casi, non è un dettaglio. Il terrorismo visto a Torino è lontano, per forma e struttura, da quello rosso o nero degli anni di piombo. Quello affondava le radici in un’ideologia totalizzante; questo si nutre di nichilismo, di rifiuto dello Stato in quanto tale. Eppure, un filo lega i decenni passati all’inizio dell’anno 2026: il milieu culturale e borghese che guarda con benevolenza, quando non con compiacenza, a questi fenomeni. Negli anni di piombo esisteva una zona d’ombra, spesso colorata di rosso, nella quale intellettuali e professionisti offrivano copertura, rifugio, talvolta legittimazione ai terroristi. Si arrivò persino a ipotizzare che esponenti dell’intellighenzia fiorentina fossero ai vertici delle Brigate Rosse. A Torino non si è giunti a tanto, ma esiste una zona grigia — non solo culturale — che mostra simpatia e indulgenza verso il mondo di Askatasuna. Non a caso, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, la procuratrice generale ha puntato l’indice proprio contro quel ceto intellettuale e borghese che tende a minimizzare, giustificare, assolvere. Di fronte a questo nuovo fenomeno eversivo, lo Stato non può presentarsi né inerme né repressivo alla maniera dell’ICE statunitense. Occorre attrezzarsi con strumenti di prevenzione, con un rafforzamento del quadro normativo e con un sostegno pieno alle forze dell’ordine.

Gli arrestati — appena tre — potrebbero rispondere di reati gravi: sottrazione di equipaggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento. Ma il punto non è solo giudiziario. I prodromi di questa deriva erano già visibili nei cortei pro-Pal e avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Qui vale il principio per cui il diavolo si nasconde nei dettagli: non è credibile schierare mille uomini tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, sapendo che nel corteo si erano infiltrati gruppi organizzati, con un piano preciso per piegare lo Stato democratico, e poi stupirsi dell’esito. Quando lo Stato arretra culturalmente, prima ancora che operativamente, qualcun altro avanza. E se il simbolo dell’autorità democratica finisce a terra, colpito a martellate, non è solo un uomo a cadere: è l’idea stessa di convivenza civile che viene messa sotto assedio.

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