Il Giorno del Ricordo
Roberto Pizzi.
L’arcigno mese di febbraio racchiude ancora altre date degne di considerazione. Una di queste è il Giorno del Ricordo (10 febbraio), che fu istituito con la legge n. 92 del marzo 2004. Quel giorno richiama subito il ricordo di un altro dramma – per altro con esso non comparabile per la sua enormità – quello del Giorno della Memoria (27 gennaio), fissato in Italia, nel 2000, al quale abbiamo già dedicato un paio di articoli.
Contrario a tutte le tirannie e ad ogni fanatismo ideologico, nella ferma condanna di tutte le forme di violenza e sopraffazione dell’uomo sull’uomo, mi pongo sempre il problema di un uso smaccatamente politico della Storia, ritenendo che nell’approccio alla materia sia indispensabile una adeguata laicità del pensiero, in quanto “il passato è un bene troppo prezioso per essere lasciato in mano ai religiosi ed agli ideologi”. Tuttavia anche questa ricorrenza, istituita per bilanciare l’effetto del “Giorno della Memoria”, ha il diritto di essere onorata. Essa si collega tristemente al termine “foibe”, ossia a quei grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati, nella ex Jugoslavia, i corpi di molte vittime italiane (in diversi casi ancora in vita), alla fine della seconda guerra mondiale. Si conta che in Dalmazia, nel Quarnaro e nella Venezia Giulia le vittime siano state dalle 3000 alle 5000. Alcune fonti fanno risalire il numero a 11000. Al massacro seguì il drammatico esodo giuliano dalmata, ovvero l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana dai territori suddetti che erano stati parte del Regno d’Italia. Tale esodo viene stimato in circa 350.000 persone, e fu un dramma per una moltitudine sradicata con la violenza dalle sue radici.
Ciò creò problemi al nostro Paese ancora alle prese con la miseria postbellica: sia nei termini materiali dell’accoglienza, che per gli odi ideologici di certa partepolitica italiana che ammirava Tito ed il suo regime, identificando tout court gli esuli istriani come collaboratori dei fascisti, ignorando la criminale pulizia etnica che si stava attuando nei confronti di tutti gli italiani. Si segnalano sull’argomento alcune pubblicazioni interessanti: due sono recentissime e sono state recensite proprio in questi giorni sulle pagine culturali del “Corriere della Sera”. La prima porta il titolo: Gli Italiani come voi. Una storia di resistenza ed esilio tra Istria e Italia (ed. Solferino), di Itti Drioli, che è stata anche una giornalista parlamentare e che fu testimone diretta, da piccola, delle violenze subite dalla sua famiglia a Isola D’Istria. Il padre, Luigi Drioli, era un antifascista, repubblicano, “erede dei miti mazziniani e garibaldini”. Ma ciò non bastò perevitargli le persecuzioni: arrestato, e processato in modo “osceno” a Capodistria, nell’autunno del 1948, pur avendo partecipato alla Resistenza col Partito d’Azione nella zona di confine, fu condannato a 12 anni di galera, mentre il pubblico locale applaudiva la sentenza insultandolo e gridandogli “fascista, servo dei capitalisti”, proprio perché il suo antifascismo non era sfociato nel comunismo filoslavo. Venne scarcerato qualche anno dopo, con uno scambio di detenuti, concordato tra il ministro italiano Pella e Josip Tito.
Ma una squadraccia di “titini”, nel novembre del 1953, sfondò il cancello della sua casa, cacciando fuori tutti membri della famiglia, al grido: “via di qua sporchi fascisti…andate via…questa non è la vostra terra”. Ne seguì il loro esodo forzato in Italia, come tanti altri profughi istriani. Di tali episodi e dei problemi connessi è testimone anche l’altro libro di Susanna Bino, Profughi della Venezia Giulia a Firenze: la vicenda dei Vanchetoni, 1947-48” (ed. Aska). In queste pagine si parla delle vicende di 70 profughi della Venezia Giulia, che trovarono ospitalità precaria nel capoluogo regionale toscano, in un edificio della Congregazione della Dottrina Cristiana che col tempo prese il nome di “Oratorio dei Vanchetoni” (così chiamato per l’abitudine dei religiosi di procedere silenziosi, cioè “cheti”). Non più recentissimo, ma sempre di utile lettura sull’argomento, si segnala anche il libro di Armando Sestani, Esuli a Lucca – I profughi istriani, fiumani e dalmati. 1947 – 56 (ed. M.Pacini Fazzi) che tratta dell’accoglienza lucchese di più di 900 esuli – che il volgo chiamava “polesi” – nei cosiddetti “centri profughi” dell’Ex Real Collegio, nella piazza omonima sul retro della chiesa di S. Frediano, e in uno stabile di Via del Crocifisso, sempre dentro le mura urbane.
Pur con tutti i problemi connessi all’accoglienza di un numero non trascurabile per la città, non pochi di questi rifugiati, nel tempo si inserirono bene nel suo contesto, trovando lavoro e sistemazione decorosa. Molti altri di questi trovarono collocazione in diverse città ed alcuni emigrarono all’estero: fra loro si ricordano la madre dell’attore comico Umberto Smaila e il più famoso Mario Andretti, emigrato negli Usa nel 1955 con la famiglia, che diventerà campione del mondo di automobilismo nella Formula 1, nel 1978.





