Il futuro di Prato secondo l’azzurra Rita Pieri
Tra i nomi che circolano per la candidatura a sindaco di Prato per il centrodestra c’è quello di Rita Pieri, esponente di Forza Italia, che invia a sfogliamo.eu questa riflessione sul presente e il futuro della sua città.
Per chiunque ama Prato, il lucidissimo articolo scritto da Umberto Cecchi sulle pagine de La Nazione ha costituito un inestimabile patrimonio di energie e di riflessioni da spendere nei prossimi mesi, che saranno decisivi per il futuro della città. Un’analisi impietosa, quella di Cecchi, che ha messo a nudo con la sua penna eccezionale il declino di quella che è stata per decenni uno de motori produttivi più forti d’Italia e che ora si trova ad osservare mestamente le macerie di un mondo che non c’è più. Prato è da sempre una terra di ingegno e di accoglienza. I nostri imprenditori sono stati i pionieri dello sviluppo riuscendo ad aprire nuovi mercati e a trasformare gli stracci in un grande strumento di ricchezza. Se il made in Italy riscuote così grande successo nel mondo, lo deve in gran parte proprio a Prato. Ricordo che negli anni Sessanta la città raddoppiò i suoi abitanti aprendo le braccia agli immigrati del Sud, dando casa e lavoro a tutti all’insegna della concordia e della buona volontà.
Ma quello che è successo negli ultimi trent’anni va considerato l’esatto opposto dell’integrazione: Prato è stata infatti violentata da un’immigrazione incontrollata che ha stravolto il volto della città, del suo centro storico e delle sue periferie, e che ha portato alla nascita di un distretto parallelo e illegale che ha penalizzato il sistema produttivo. I pratesi non meritavano tutto questo, i pratesi meritavano di essere tutelati dai loro amministratori, non perché l’immigrazione sia una minaccia, ma perché un’immigrazione senza regole, in cui chi arriva ha solo diritti e chi accoglie ha solo doveri porta a una pericolosa disgregazione sociale.
Su questo punto bisogna però essere chiari: la responsabilità non può essere qualunquisticamente distribuita all’intera classe politica, ma ha le stimmate esclusive della sinistra. Faccio un solo esempio: sedici anni fa la sinistra toscana approvò in Consiglio regionale una legge che legalizzava i clandestini, in spregio non solo alle leggi italiane, ma alle normative di tanti Paesi europei. Una legge sciagurata, che incentivava il mercato di uomini gestito dai racket dell’immigrazione clandestina che quasi sempre si trasforma in una tratta degli schiavi. Una postura irresponsabile che purtroppo persiste tuttora. Ricordo che nel 2009 Prato fu l’epicentro del sisma politico che investì il vecchio sistema di potere comunista anche nei suoi feudi tradizionali. E non suoni spregiativo il termine “comunista”, perché il Pci seppe dare a Prato sindaci di rilievo – e buoni amministratori – come Giorgio Vestri e Lohengrin Landini, allora affiancati da una classe dirigente socialista di primissimo livello. Ma gli epigoni di quella stagione di governo, che presero il comando del partito col famoso pronunciamento di Coiano, non si sono mai dimostrati all’altezza di una città complessa com’è da sempre Prato.
Il declino della città cominciò lì, tra i fumi della Casa del Popolo di Coiano in cui la vecchia generazione fu messa in soffitta con un colpo di mano. Per Prato, sembra paradossale dirlo, quel “rinnovamento” si dimostrò un’autentica disgrazia politica. Non a caso il primo mandato di Martini sindaco coincise con l’insediamento della comunità cinese. La realtà è che il Pd, assemblaggio di quelli che furono i giovani comunisti dei primi anni ’80 e degli ex giovani democristiani di sinistra, è nato e resta un partito malato di potere. Mentre Prato dava segnali sempre più allarmanti di malessere, aggravati dalla crisi del distretto tessile e da un’immigrazione sfuggita ad ogni controllo, il Pd – dopo la troppo breve parentesi del sindaco Cenni, che le prime serie risposte in tema di sicurezza le aveva date eccome – ha perpetuato il suo sistema clientelare di governo, tanto impegnato nelle sue zuffe interne quanto disinteressato e lontano dai problemi della città. Il commissariamento del Comune, in questo senso, è stato la conclusione inevitabile di un percorso politico che aveva smarrito da tempo immemorabile la sua spinta propulsiva.
Umberto ha pienamente ragione: nonostante lo strenuo impegno delle forze dell’ordine, ci sono specifiche zone della città, compresa una parte del centro storico, che restano fuori controllo, soprattutto nelle ore serali e notturne: le categorie economiche e i cittadini comuni negli ultimi anni hanno visto letteralmente stravolta l’identità di Prato, ma nel frattempo il Pd non è riuscito che a minimizzare le cose in nome di quel buonismo ipocrita che è diventato la sua lettera scarlatta: prima ha trasformato Prato nel peggior modello di integrazione esistente al mondo, consegnandola in mano ai cinesi, poi – ora – cerca di spostare le colpe sul governo di centrodestra. E’ una vecchia abitudine della cattiva politica, quella di cambiare le carte in tavola, ma a fare certe disinvolte capriole si rischia di arrivare nudi alla meta. Abbiamo ben presente che, sul fronte dell’immigrazione, il problema di Prato non è costituito più dai cinesi, nonostante il loro mercato illegale, ma da una malavita maghrebina che controlla il più grande mercato della droga in Toscana. Di questo parleremo ogni giorno, in ogni sede e in ogni quartiere, nei prossimi mesi, per preparare una campagna elettorale che sarà decisiva per le sorti della città. Auspico che lo schiaffo di Umberto Cecchi diventi la scossa che ci voleva per svegliare la città.







Bell’articolo