Il fronte nord si infiamma: Israele prepara l’offensiva in Libano
Ariel Piccini Warschauer.
Il rombo dei motori dei blindati che risalgono verso la Galilea copre ormai il rumore delle esplosioni a Gaza. Israele ha deciso: il baricentro della guerra si è spostato definitivamente a Nord. Con un ordine perentorio, il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, ha disposto l’invio di massicci rinforzi verso il confine libanese, preparando il terreno per quella che appare come un’imminente operazione di terra su vasta scala contro le milizie di Hezbollah.
Non si tratta più solo di scambi d’artiglieria o di raid mirati. L’esercito israeliano sta “rampando” le operazioni, muovendo unità d’élite come la Brigata Golani – veterana dei combattimenti urbani nella Striscia – verso il fronte settentrionale. L’obiettivo dichiarato è neutralizzare una volta per tutte la minaccia dei “Partigiani di Dio” e permettere ai 60.000 sfollati del Nord di tornare nelle proprie case. Ma il messaggio tra le righe è più profondo: la strategia della “difesa avanzata” è finita, ora si punta a smantellare l’intera infrastruttura militare di Hezbollah nel Libano meridionale.
L’escalation a Beirut
Nelle ultime 24 ore, il cielo sopra il Libano è stato solcato da ondate di jet israeliani. Oltre un migliaio di attacchi sono stati portati a termine, colpendo centri di comando e depositi di armi nel quartiere di Dahiyeh, la roccaforte di Hezbollah a Beirut, e nella città costiera di Tiro. Secondo fonti della difesa citate dal Jerusalem Post, Israele starebbe ora valutando di colpire anche le infrastrutture civili libanesi utilizzate dai miliziani come scudo operativo.
Il premier Benjamin Netanyahu è stato chiaro: “Hezbollah ha commesso un errore gravissimo trascinando il Libano in questa guerra. Farebbero bene a guardarsi alle spalle, e a farlo in fretta”. Parole che risuonano come un ultimo avvertimento prima che i cingolati varchino definitivamente la “Blue Line”.
Confronti diretti sul campo
Sul terreno, la tensione è già oltre il punto di rottura. Le divisioni 146 e 210 hanno ampliato le loro operazioni oltre i cinque avamposti storici mantenuti dal cessate il fuoco del 2024. Le pattuglie israeliane riferiscono di un numero crescente di scontri diretti “faccia a faccia” con cellule di Hezbollah, scoperte a presidiare tunnel e depositi di missili pronti al lancio.
“Sappiamo che l’incertezza pesa sulle famiglie del Nord,” ha dichiarato il generale Klepper, uno dei comandanti sul campo, “ma l’IDF è già oltre il confine, impegnato a indebolire Hezbollah in modo significativo”.
L’ombra dell’Iran
Sullo sfondo resta il convitato di pietra: Teheran. Mentre i razzi di Hezbollah continuano a cadere sulla Galilea (oltre 100 solo mercoledì sera, ferendo cinque civili), l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi dei Pasdaran in territorio iraniano, in un conflitto che ormai non conosce più confini geografici. Per il governo di Gerusalemme, il cambio di regime a Teheran non è l’obiettivo militare primario, ma creare le condizioni perché avvenga sembra essere diventato il nuovo orizzonte strategico.
In attesa del via libera politico all’invasione, la Galilea resta una terra fantasma, illuminata dai bagliori delle intercettazioni dell’Iron Dome. Ma con la Brigata Golani in marcia verso Nord, il tempo della diplomazia sembra essere scaduto.





