Il fattore Epstein scuote Washington per i documenti omessi su Trump
Ariel Piccini Warschauer.
Nelle stanze del potere di Washington, il fantasma di Jeffrey Epstein non ha mai smesso di vagare, ma oggi assume le sembianze di cinquanta pagine mancanti. Il deputato Robert Garcia, voce di punta dei Democratici nella Commissione di Vigilanza della Camera, ha scagliato un atto d’accusa pesante contro il Dipartimento di Giustizia (DOJ), reo di aver “filtrato” materiale sensibile riguardante i legami tra l’ex Presidente Donald Trump e il defunto finanziere.
Al centro della contesa non c’è solo la cronaca scandalistica, ma la tenuta della trasparenza istituzionale. Garcia sostiene che, all’interno di un imponente rilascio di oltre tre milioni di documenti, il DOJ abbia deliberatamente espunto i verbali di tre interrogatori chiave condotti dall’FBI a una donna che accusa Trump di abusi sessuali risalenti alla sua minor età.
La strategia del silenzio?
Secondo quanto dichiarato da Garcia, l’FBI avrebbe inizialmente derubricato la questione pubblicando solo un primo colloquio interlocutorio, privo di dettagli circostanziati. “Il fatto che il Dipartimento di Giustizia stia sopprimendo documenti che ipotizzano abusi su una minore non fa che alimentare il sospetto di un insabbiamento orchestrato dalla Casa Bianca”, ha scritto il deputato in una lettera che sa di sfida aperta.
La difesa del DOJ, tuttavia, poggia su basi procedurali: il Dipartimento avverte che tra le carte si annidano “accuse infondate” e materiale sensibile che potrebbe compromettere l’identità delle vittime o indagini ancora in corso. Una linea sottile che divide il dovere di riservatezza dal rischio di opacità politica.
Prove grafologiche e voli fantasma
L’inchiesta riporta a galla elementi che sembrano usciti da un noir politico degli anni ’90: Tra i documenti figurano foto di Trump con volti femminili oscurati e un biglietto dai toni suggestivi, incorniciato dal profilo di una donna nuda, che recherebbe la firma del tycoon. Nonostante le smentite di Trump, le testimonianze del processo Maxwell del 2021 continuano a indicare una frequentazione dei cieli sul tristemente noto jet privato di Epstein.
L’enigma dell’email
“Trump sapeva delle ragazze”, scriveva Epstein in un messaggio criptico che oggi, alla luce delle nuove omissioni, acquista un peso specifico inquietante.
Dall’altra parte della barricata, la risposta è netta. La portavoce Abigail Jackson ha ribadito la “totale estraniazione” di Trump da qualsiasi dinamica criminale legata a Epstein, liquidando le accuse come attacchi politici strumentali. Trump stesso ha definito i documenti dei falsi e ha ribadito di aver interrotto ogni legame con il finanziere ben prima della condanna del 2008.
Tuttavia, il nodo non è solo la colpevolezza o l’innocenza di un singolo uomo, ma il ruolo del Dipartimento di Giustizia come garante della verità pubblica. Se i documenti trattenuti dovessero rivelare che l’FBI considerava quelle accuse “credibili” tanto da approfondirle con quattro interrogatori, la narrazione della “totale esenzione” di Trump potrebbe incrinarsi definitivamente.
La battaglia per la trasparenza è appena iniziata e, in un clima elettorale sempre più surriscaldato, il dossier Epstein rischia di diventare la “pistola fumante” di un sistema che fatica a fare i conti con i propri scheletri nell’armadio.


