Il delfino ferito e la rabbia degli ayatollah
Ariel Piccini Warschauer.
La successione di sangue è compiuta, ma il trono di Teheran poggia su gambe d’argilla — o meglio, su gambe ferite. Mojtaba Khamenei, il figlio dell’Ayatollah Ali, colui che doveva incarnare la continuità d’acciaio del regime teocratico dopo l’eliminazione del padre, è già un bersaglio segnato. Mentre le agenzie battono la notizia del suo ferimento nei raid israeliani, il nuovo “Re degli Sciiti” si nasconde in un bunker, lontano dagli occhi di un popolo che comincia a sentire il peso del collasso.
Non è solo una questione di successione dinastica. È il simbolo di una vulnerabilità che il regime non può più nascondere. Gerusalemme ha colpito duro, non solo a Teheran ma anche nel cuore del Libano, polverizzando i santuari di Hezbollah a Beirut. La risposta dei Pasdaran, rabbiosa quanto disperata, si è rivolta verso i vicini: piogge di missili sui Paesi del Golfo, colpevoli agli occhi degli Ayatollah di “ospitare il nemico” o, più semplicemente, di rappresentare l’alternativa moderata e prospera che il fondamentalismo iraniano ha sempre giurato di distruggere.
Il Medio Oriente brucia in una notte che sembra non finire mai. Ma mentre le batterie della difesa saudita intercettano le minacce nel cielo del deserto, la vera domanda resta una sola: quanto può durare una Guida Suprema che, per esercitare il potere, deve prima di tutto preoccuparsi di sopravvivere alla prossima alba? Il “Delfino” è ferito, e con lui, forse, l’intera impalcatura di una rivoluzione che ha scambiato la fede con il terrore.





