Il Cremlino invita Zelensky a Mosca ma la pace passa per gli Emirati
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre i cieli dell’Ucraina continuano a bruciare sotto il fuoco dei droni, la diplomazia si sposta su un asse insolito che collega il gelo di Mosca al deserto degli Emirati Arabi. L’ultima mossa del Cremlino sa di sfida e di teatro politico: «Se Zelensky è pronto, venga a Mosca a incontrare Putin». L’invito, lanciato dal consigliere presidenziale Yuri Ushakov, non è solo una formalità diplomatica, ma un guanto di sfida lanciato al leader di Kiev proprio mentre i negoziatori dei due Paesi — sotto l’occhio vigile di Washington — tentano di sbrogliare l’ingarbugliata matassa del conflitto.
L’invito (con veleno) di Mosca
Ushakov è stato chiaro: la Russia è pronta a garantire a Zelensky (nella foto) «sicurezza e condizioni di lavoro necessarie». Una rassicurazione che suona quasi paradossale dopo quattro anni di guerra aperta, ma che serve a Mosca per accreditarsi come parte ragionevole al tavolo delle trattative. Il Cremlino risponde così alle recenti aperture di Kiev, ma pone le sue condizioni: l’incontro deve essere «ben preparato» e mirare a «risultati concreti». Tradotto dal linguaggio diplomatico russo: non ci siederemo a parlare se non per ratificare quanto già deciso o per discutere la “formula Anchorage”, il piano che Trump sta spingendo con forza e che prevede concessioni territoriali dolorose per l’Ucraina.
Il “laboratorio” di Abu Dhabi
Se Mosca lancia inviti, è ad Abu Dhabi che si fa il lavoro sporco. Sabato si è concluso il secondo round di colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina. Per la prima volta, le delegazioni di Mosca e Kiev hanno avuto contatti diretti, mediati dagli uomini di Donald Trump (in prima linea Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff).
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, non ha nascosto la complessità del momento: «Si tratta di negoziati molto difficili», ha ammesso, pur confermando che un accordo per proseguire è stato raggiunto. Il fatto stesso che russi e ucraini si parlino senza intermediari è già considerato un “progresso” dai russi. Il prossimo appuntamento è fissato per domenica 1 febbraio, sempre negli Emirati, per il terzo round di quella che sembra ormai una maratona diplomatica.
Il nodo del Donbass e l’ombra di Trump
Il cuore del problema resta il Donbass. Kiev non vuole cedere sovranità, Mosca non intende arretrare dalle posizioni occupate. Zelensky, pur definendo i colloqui «costruttivi», deve fare i conti con un’amministrazione americana che ha fretta di chiudere il dossier ucraino. La strategia russa è chiara: mostrare un volto aperto al dialogo (l’invito a Mosca) per evitare un aumento della pressione da parte di Washington, mantenendo però invariati gli obiettivi militari sul campo.
Zelensky accetterà il viaggio nella “tana del lupo”? Difficile immaginarlo oggi, con le ferite del conflitto ancora aperte. Ma nel nuovo mondo della diplomazia trumpiana, dove l’impossibile diventa routine, nessun tavolo può più essere escluso.






