Il conto della guerra, 194 miliardi per il fronte orientale
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre i palazzi di Bruxelles celebrano il quarto anniversario del conflitto con la consueta retorica della «difesa della democrazia», i numeri del bilancio europeo raccontano una realtà molto più cruda e unilaterale. L’Europa, a quattro anni dall’invasione russa, ha presentato il conto: 194 miliardi di euro versati a Kiev. Una cifra astronomica che non è solo un dato contabile, ma la fotografia di una precisa scelta politica: la trasformazione dell’Unione Europea in un’economia di guerra permanente.
L’asse del riarmo
Scavando nelle pieghe del report europeo, il dato che balza agli occhi è quello degli aiuti militari. Oltre 70 miliardi di euro sono stati bruciati in armamenti, munizioni e logistica bellica. Non si tratta più di «assistenza difensiva», ma del motore di un conflitto logorante che sembra non contemplare una via d’uscita diplomatica.
Mentre la spesa sociale europea arranca e i servizi pubblici vengono tagliati in nome del rigore, il flusso verso il fronte non si arresta. La visita a sorpresa di Ursula von der Leyen e del nuovo presidente del Consiglio Europeo, António Costa, tra le macerie di Kiev, non ha portato parole di pace, ma la conferma del nuovo strumento Security Action for Europe: altri 150 miliardi pronti a essere sacrificati sull’altare dell’industria bellica continentale.
L’economia della distruzione
I restanti 100 miliardi, etichettati come «sostegno economico e umanitario», servono in gran parte a tenere in vita uno Stato il cui bilancio è ormai totalmente dipendente dai trasferimenti esterni. A questo si aggiunge l’azzardo giuridico dei 3,7 miliardi prelevati dai profitti dei beni russi congelati: un precedente che segna la fine della neutralità finanziaria del continente e accelera la frammentazione globale.
La domanda che oggi, molti commentatori continuiamo a porre è: quanto ancora potrà reggere la tenuta sociale dei Paesi membri di fronte a questo drenaggio di risorse? La «vittoria a ogni costo» sta diventando un costo che l’Europa, socialmente parlando, non può più permettersi.





