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Il caos in Iran, ufficiali in fuga e reparti allo sbando

Ariel Piccini Warschauer.

Le mura delle caserme nel Lorestan, solitamente impenetrabili e silenziose, filtrano oggi un racconto di sbandamento che scuote le fondamenta del regime iraniano. Mentre i cieli sopra Teheran restano solcati dai caccia israeliani e dai droni statunitensi, il fronte interno della Repubblica Islamica sembra mostrare i primi, profondi segni di cedimento strutturale. Secondo diverse testimonianze raccolte da fonti vicine all’opposizione e confermate da canali d’intelligence israeliana, interi reparti della milizia e dell’esercito regolare si troverebbero senza guida: gli ufficiali superiori, temendo di finire nel mirino dei “raid mirati”, avrebbero abbandonato i loro posti, lasciando i soldati di leva a gestire la difesa e la paura incombente.

Il vuoto di potere

Il punto di rottura, riferiscono le reclute, coincide con il terremoto politico seguito all’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei. Da quel sabato, la catena di comando che per decenni ha tenuto unito il Paese con il pugno di ferro pare essersi spezzata. «Non sappiamo più chi impartisce gli ordini», racconta un giovane conscritto attraverso canali protetti. «I comandanti se ne sono andati non appena le sirene hanno iniziato a suonare. Ci hanno lasciato a presidiare i cancelli, senza istruzioni e con la sensazione di essere carne da cannone».

Non è solo una crisi di nervi, ma una paralisi militare e logistica. La quindicesima ondata di attacchi guidata dall’aviazione israeliana su Teheran e Isfahan non ha colpito solo infrastrutture fisiche, ma ha polverizzato il sistema nervoso del comando iraniano. Con oltre 400 obiettivi neutralizzati in pochi giorni, l’IDF dichiara di aver eliminato la capacità del regime di coordinare le risposte sul campo.

La paralisi dei vertici

Mentre nelle province periferiche i soldati abbandonano le divise per confondersi tra la popolazione civile, a Teheran l’Assemblea degli Esperti è impegnata in una corsa contro il tempo — e contro le proprie divisioni interne — per nominare un successore. Ma è una successione che avviene sotto assedio. Le fonti statunitensi e israeliane sono concordi: la capacità di reazione iraniana è «gravemente danneggiata».

Il vuoto lasciato dai vertici non viene colmato dai quadri intermedi, molti dei quali risultano irreperibili o vittime essi stessi della precisione chirurgica dell’intelligence avversaria. Per le strade della capitale, tra le macerie dei centri di comando e il silenzio spettrale delle caserme svuotate, la domanda non è più se il regime cadrà, ma quanto a lungo potrà resistere un esercito i cui generali sono i primi a fuggire

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