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Il buco nel Pentagono: perché la guerra con l’Iran sta svuotando gli arsenali Usa

Ariel Piccini Warschauer.

La matematica della guerra è diventata un incubo logistico per il Pentagono. Mentre i radar del Medio Oriente continuano a tracciare scie di missili balistici e sciami di droni, i contabili della difesa a Washington guardano con crescente ansia ai magazzini. Il verdetto del Payne Institute è brutale: la campagna contro Teheran ha già “mangiato” un terzo delle scorte mondiali di missili THAAD.

La trappola dell’attrito

Il sistema Terminal High Altitude Area Defense è il gioiello della corona della difesa d’area, ma ha un tallone d’Achille: non è pensato per una guerra d’attrito prolungata. I numeri pubblicati dal Jerusalem Post delineano una sproporzione insostenibile. Se le batterie americane e israeliane hanno garantito uno scudo con tassi di intercettazione vicini al 90%, il prezzo industriale è altissimo.

L’Iran, attraverso una strategia di saturazione, lancia vettori relativamente economici per costringere l’avversario a consumare intercettori che costano 12,7 milioni di dollari l’uno. È la “guerra asimmetrica dei costi”: un drone da poche migliaia di dollari o un missile balistico di vecchia concezione possono bruciare in pochi secondi una risorsa tecnologica che richiede mesi per essere assemblata.

La catena di montaggio inceppata

Il problema non è solo finanziario, è fisico. La produzione annua di missili THAAD non supera le 100 unità. Ai ritmi attuali, per riempire i vuoti lasciati dalle esplosioni nei cieli sopra il Negev o il Golfo, serviranno anni. Forse otto, secondo le stime più pessimistiche.

Nelle stanze del potere americano, il timore è che il “collo di bottiglia” produttivo diventi una vulnerabilità strategica. Le linee di montaggio della Lockheed Martin e dei subfornitori di microchip e propellenti solidi non sono scalabili in tempi brevi. È l’eredità di una visione post-Guerra Fredda che privilegiava la qualità estrema sulla quantità di massa.

L’ombra di Pechino

Ma la vera preoccupazione degli analisti non riguarda solo il Medio Oriente. La geografia dei rischi è interconnessa. Ogni THAAD lanciato per intercettare un missile iraniano è un missile in meno a difesa di Taiwan o delle basi nel Pacifico.

A Pechino osservano con attenzione. La strategia cinese punta proprio sulla capacità di saturazione: sfinire le difese americane in un teatro secondario per trovarle scoperte quando e se si aprirà il fronte principale. La “deplezione” degli arsenali non è solo un dato statistico, è un segnale politico che i rivali degli Stati Uniti stanno già traducendo in nuove manovre sulla scacchiera globale.

La guerra dei cieli, oggi, si vince o si perde nelle fabbriche molto prima che sulle rampe di lancio.

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